Il saluto romano degli amichetti di Massimo D’Alema

Egregio dott. Granzotto, sul Giornale noto una foto che mi manda in tilt. Non sono uno storico né un conoscitore delle «cose politiche», ma vedo due file di hezbollah che - ai due lati di una strada - sono rigidi in un impeccabile saluto «nazista». Sono nato nel 1940, quindi non ho memoria diretta di schieramenti nazisti, ma ho visto moltissimi documentari e come Ufficiale di P.G. ho osservato con attenzione il gesto che costituiva «apologia di nazifascismo»; quindi non credo di sbagliare nel definire il gesto degli hezbollah «saluto nazista». Questi «guerrieri» non sono gli stessi con cui il nostro onorevole D’Alema andava a braccetto? Se l’on. Massimo D’Alema è della sinistra ed ex Pci... Mi sto rincitrullendo oppure... Può illuminarmi?
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L’islam ha sempre avuto simpatie per Hitler, caro Gonella. È ben nota l’adesione di Amin al Husseini, Gran Muftì di Gerusalemme (e zio di Yasser Arafat, per dire) al nazismo e il contributo anche militare che ne diede con la Legione araba e l’arruolamento di molti adepti nelle divisioni Waffen SS (l’ufficiale di collegamento con il Führer si chiamava Eichmann. Adolf Eichmann). Che dunque i bombaroli di Hezbollah, il Partito di Dio, ricorrano al saluto romano non deve stupire, anche se è assai probabile che non lo facciano per sottolineare la loro simpatia nei confronti degli artefici della «soluzione finale» (che tuttavia seguitano ad apprezzare e che sperano di ripetere). Il fatto è che tre e solo tre sono i saluti militareschi-ideologici: la mano di taglio alla fronte, il braccio e la mano tesa, il braccio e la mano a pugno (saluto comunemente detto a «pugno chiuso», che è una tautologia perché non s’è mai visto un pugno aperto). Il più tradizionale, classico e antico di questi è quello «romano» che si chiama così proprio perché in uso nell’antica Roma, anche se non così frequentemente o, per capirci meglio, meccanicamente come i kolossal hollywoodiani vorrebbero dar a intendere. E se ci pensa, caro Gonella, il saluto romano è anche il più naturale: nella variante con la mano non rigida, ma agitata, è forma corrente e universale di gesto di commiato, di benvenuto e per richiamare l’attenzione di una persona a qualche distanza da noi. Il gesto è così abituale e diffuso che la legge Scelba fu costretta a precisare che costituiva apologia di fascismo solo se compiuto «con intento di rivolgere la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o a compiere manifestazioni esteriori di carattere fascista». Che poi, fascista lo fu, ma d’importazione perché l’idea del «saluto romano» è di Gabriele d’Annunzio, l’Immaginifico, che lo impose ai suoi legionari fiumani. Il fascismo ne fece poi una questione di etichetta ideologica, tant’è che divennero sospetti quanti erano «dediti alla stretta di mano» (ma anche quanti erano «dediti al lei», pronome personale al quale il regime preferì il «voi». Sa, caro Gonella, che nel ’39 una cinquantina di intellettuali firmarono un documento di plauso al Duce per aver introdotto il «voi»? Si chiamavano Elsa Morante, Elio Vittorini, Salvatore Quasimodo, Vasco Pratolini, Concetto Marchesi, Giorgio Strehler, Arturo Carlo Jemolo, Massimo Mila, Renato Guttuso... Tutti fieri antifascisti. Dopo. A Mussolini a testa in giù). Per tornare al saluto degli hezbollah, dei tre a disposizione e scartato quello tipicamente militare (gli hezbollah sono pacifisti, lo sapeva?) e l’altro, col pugno, innaturale, demagogico e inventato di sana pianta per contrapporlo, da sinistra, a quello «romano», gli amichetti di Massimo D’Alema hanno scelto quest’ultimo, ma senza farsene una ossessione. Oggi salutano così e domani lanciando una bomba a mano. O magari dandoti una pacca sulla spalla mentre dalla loro cintura imbottita di tritolo si sente venire: «tic, tac, tic, tac...».

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