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Lo scandalo del Futurismo, quel nuovo che dà fastidio

Il movimento nasce contaminato di genio e ombra: in questa sua modernità è ancora poco accettato

Lo scandalo del Futurismo, quel nuovo che dà fastidio

Un lungo viaggio attraverso le meraviglie del mondo dell'arte. Ogni settimana in questa pagina il critico Vittorio Sgarbi racconterà l'opera di un grande maestro del passato o del presente - una tela, un affresco, una scultura, un'installazione - leggendola con un occhio particolare. Non soltanto facendoci (ri)scoprire un gioiello dimenticato o lontano dai grandi itinerari ma anche facendone emergere i legami artistici e sociali con l'attualità. Il suo ultimo libro, edito da La nave di Teseo, è «Il cielo più vicino. La montagna nell'arte».

Nel Novecento l'Italia non è più il primo Paese per l'arte. Dopo secoli di primato, lo Spirito del mondo si sposta: prima in Francia, con gli impressionisti; poi, nel secondo dopoguerra, in America, con Jackson Pollock, l'Informale, la Pop Art. E l'Italia? L'Italia resta. Resta come memoria operante, come serbatoio di forme che riaccadono altrove; e resta come luogo in cui, proprio perché il primato è perduto, gli artisti sono costretti a inventare con più rabbia. È qui che io metto il Futurismo: non come capriccio, ma come tentativo - violento, programmatico - di rimettere il futuro in casa. Nel febbraio del 1909 Filippo Tommaso Marinetti pubblica su Le Figaro il Manifesto. Non una rivista per pochi, ma un quotidiano internazionale: già questo dice che l'operazione non nasce per stare in cornice. La modernità, per i futuristi, non è una possibilità: è un dovere. Macchine, città, elettricità, folle, officine; ciò che fino a ieri era rumore diventa grammatica. E ciò che fino a ieri era passato - musei, biblioteche, culto della tradizione - diventa ingombro, zavorra, ostacolo da aggirare o da sfondare.

Di che cosa si tratta, in fondo? Di un'arte che smette di presumere di esprimere esclusivamente se stessa, avulsa dallo spazio e dal tempo, e pretende invece di essere, apertamente, espressione del tempo. E tuttavia, come accade spesso agli inizi violenti, l'energia si accompagna a una parola pericolosa: la guerra, invocata come "igiene del mondo". Il Futurismo, fin dall'origine, porta in sé l'invenzione e la colpa. Tra il 1910 e il 1915 il movimento si fa gruppo. Accanto a Marinetti agiscono Umberto Boccioni, Carlo Carrà, Luigi Russolo, Gino Severini, Giacomo Balla; e nel 1910 i pittori firmano il loro Manifesto, chiedendo simultaneità, dinamismo, rottura della prospettiva. Boccioni vuole che il quadro diventi corpo e che la scultura diventi aria attraversata; Balla frantuma il gesto in sequenze, come se la pittura dovesse imparare dal cinematografo; Severini porta la febbre italiana a Parigi e la restituisce filtrata; Carrà oscilla, poi si allontana. E accanto ai nomi che entreranno nei manuali, ci sono voci femminili che il movimento accoglie e insieme marginalizza: Benedetta Cappa; Rosa Rosà; Valentine de Saint-Point, che nel 1912 scrive il Manifesto della donna futurista. Presenze scomode, anche per chi predicava la rottura.

Non è un caso che, in questo tratto, alcune opere diventino emblemi: La città che sale (1910) e Forme uniche della continuità nello spazio (1913). Che cosa vedono, allora, questi pittori? Vedono la città, e la città non è più scenario, è protagonista. Vedono la folla, che non è più sfondo, è materia. Vedono la macchina, che non è più oggetto, è modello mentale. Ne nasce una pittura che pretende di rendere visibile l'invisibile: la scia, la spinta, l'attrito, il ritmo; e una scultura che tenta l'impossibile, cioè rendere visibile la continuità nello spazio. Ma il Futurismo non rimane sulla tela. Invade. Teatro, strada, serate: il pubblico non assiste, reagisce. Invade la musica con Russolo e L'arte dei rumori (1913). Invade la pagina: parole in libertà, sintassi spezzata, punteggiatura come ritmo, caratteri come gesto. Zang Tumb Tuuum (1914) non è soltanto un libro: è una macchina tipografica che tenta di rendere il frastuono del mondo moderno. La pagina va vista prima ancora che letta; e si capisce, allora, che la modernità non è soltanto un tema, è una tecnica dell'attenzione.

Poi, inevitabile, la guerra. Nel 1915 l'interventismo futurista diventa scelta; alcuni partono, qualcuno muore: Boccioni (1916), Sant'Elia (1916). La modernità tecnica, celebrata come liberazione, mostra il suo volto di macello: l'estetica dell'urto incontra l'urto reale, e non si può più fingere innocenza. E tuttavia, finito il primo conflitto mondiale, si fa strada un'altra esigenza, quasi per riflesso: ritorno all'ordine, classicismo, figura. Margherita Sarfatti ne diventa protagonista: raccoglie, promuove, orienta; e in quella visione molti artisti cercano una disciplina nuova, un moderno che sappia somigliare al passato senza scadere nella copia. È una cura, sì; ma la cura non guarisce tutto. Perché il Futurismo, anche quando sembra travolto dal ritorno al classico, sopravvive, si reinventa, e proprio da quella frizione nascerà il suo secondo tempo. Negli anni Venti e Trenta si parla di secondo Futurismo. Il movimento cambia pelle, entra nelle arti applicate, nella grafica, nella scenografia; e l'idea, già dichiarata in Ricostruzione futurista dell'universo (1915), diventa pratica quotidiana: colonizzare i segni, gli oggetti, la vita. Fortunato Depero lo capisce con una lucidità speciale: manifesti, allestimenti, design; e persino una bottiglia - il Campari Soda (1932) - diventa forma, propaganda, stile. E mentre la modernità si fa ambiente, il cielo diventa simbolo: l'aeroplano. Il Manifesto dell'aeropittura (1929) dà un nome a quella vertigine; e in quella prospettiva, che seduce e inquieta, agiscono Dottori, Crali, Tato. Anche qui la libertà proclamata convive con la sua ombra. E l'architettura? Qui il Futurismo è più profezia che costruzione: Sant'Elia, con La Città Nuova (1914), lascia soprattutto visioni, città stratificate, ascensori, passerelle, centrali; una sala di fogli più che di muri. Eppure quei fogli insistono, perché l'utopia, quando non diventa pietra, continua a mordere.

Dopo il 1945 l'Italia repubblicana guarda al Futurismo con diffidenza: troppo compromesso, troppo rumoroso. Si salva l'invenzione formale, si rimuove la responsabilità; ma l'eredità sopravvive per contagio, nel design, nella grafica, nell'impaginazione aggressiva del secolo delle masse. E intanto l'Europa si spacca: a Ovest la libertà delle forme (astratte, antiaccademiche) diventa segno di appartenenza; a Est il realismo socialista impone un canone e lo difende come un confine. Il Futurismo resta preso in mezzo: avanguardia europea, dunque modernissima; ma anche avanguardia compromessa, dunque sospetta. E qui torna una questione tutta italiana. Si accetta volentieri l'arte se fatta bene, come fosse artigianato; e nello stesso tempo si subisce, con docilità, il grande evento perché è potere. Il Futurismo, che voleva rompere proprio quel galateo, resta utile anche come scandalo: ricorda che il nuovo, per definizione, infastidisce prima di piacere; e che la modernità non coincide con l'abilità, ma con il rischio.

Lo si riduce: o lo si esalta fingendo di non vedere le ombre, o lo si condanna fingendo di non vedere le invenzioni. Nessuna delle due scorciatoie funziona. E resta, alla fine, una domanda che non si spegne: che cosa perdiamo, ogni volta che chiamiamo progresso tutto ciò che corre?

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