Scatta la trappola di Rosy Bindi: la maggioranza va sotto in aula

RomaGoverno battuto per 18 voti, decreto anti-demolizioni decaduto, bagarre nell’aula di Montecitorio. Con la maggioranza che insorge contro la presidente di turno, Rosy Bindi, accusandola di aver chiuso la votazione troppo in fretta, favorendo la sua parte politica.
La scintilla che ha dato il via all’incendio è partita ieri pomeriggio alle 18.30, orario in cui era fissata (con comunicazione a tutti i deputati) la votazione delle pregiudiziali di costituzionalità sul decreto che sospende la demolizioni di edifici abusivi in Campania. Per tutta la giornata, nelle votazioni che si sono susseguite su vari provvedimenti, la maggioranza era stata in bilico, oscillando tra i 2 e i 12 voti di vantaggio. Tanto che una quindicina di membri del governo erano stati precettati per rimpolparne le fila. Il Pd invece aveva blindato i propri parlamentari, ordinando la convocazione «senza eccezione alcuna».
Alle 18.30, quando la Bindi ha chiuso il dibattito e dato il via alla votazione cruciale, i deputati ritardatari sono spuntati da ogni angolo di Montecitorio e hanno cominciato a caracollare verso l’Aula: chi fumava in cortile ha spento la sigaretta, chi sorseggiava un aperitivo alla buvette ha mollato il bicchiere, chi faceva le sue telefonate ha attaccato. Tutti a votare: persino il solitamente composto Walter Veltroni è schizzato lungo il Transatlantico con uno sprint da giamaicano. Scatti olimpionici anche nel centrodestra, ma non è bastato: quando la Bindi ha dichiarato chiusa la votazione, la pregiudiziale delle opposizioni che bocciava come incostituzionale il decreto è risultata approvata con 249 sì di Pd e Idv contro 231 no di Pdl e Lega.
Dai banchi del centrodestra è partito un coro di «vergogna» all’indirizzo della presidenza, e una raffica di interventi per sollecitare la ripetizione del voto. «Si rivoti o si sospenda la seduta e si convochi la capigruppo, perché non accettiamo questa prevaricazione di cui la Bindi si è resa responsabile», tuona il capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto. Il leghista Luciano Dussin va ancora oltre: «Presidente Bindi, si dimetta! Ne guadagnerà il Parlamento». Mentre il collega di vicepresidenza della Bindi, Maurizio Lupi (Pdl) denuncia: «Lei non ha garantito il diritto di tutti i deputati presenti di votare. Bisogna verificare le presenze, e valutare se ripetere il voto, è in gioco la democrazia del Paese». «Lei ha offeso il Parlamento con un blitz!» rincara la dose Amedeo Laboccetta.
L’imputata Bindi però tiene duro e si difende, sottolineando di aver lasciato la votazione aperta per ben 51 secondi, più di quanti se ne concedano di solito: «Non c’è stata nessuna irregolarità. E il diritto di votare è per chi sta seduto al suo posto», replica. Il capogruppo Pd Dario Franceschini le dà manforte: «Si cerca di scaricare sul presidente di turno i risultati dell’assenza di 64 deputati del Pdl e di fare ripetere un voto perché sfavorevole», accusa. I numeri ufficiali registrati sui tabulati d’aula parlano in effetti di 64 assenti Pdl (il 23,7% del gruppo), 15 della Lega (25%), 10 del Pd (presente al 94%). Più assenteisti i deputati Idv: mancava il 20% del gruppo. Ma la maggioranza contesta il calcolo: «C’erano almeno una trentina di deputati che erano entrati nell’aula, alcuni anche dell’opposizione, ma non è stato consentito loro di votare», assicura Giuseppe Calderisi. E anche dal Pd, qualche esperto d’aula ammette che «la Bindi ha peccato di protagonismo: c’erano molti deputati che stavano entrando in aula e ha chiuso il voto prima che arrivassero». La patata bollente è comunque finita sul tavolo di Fini, che ha convocato per stamane i capigruppo per valutare l’accaduto.

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