Il bronzo olimpico brilla più di quanto dica il metallo. Perché Lucia Dalmasso, sul podio nello snowboard, non avrebbe nemmeno dovuto esserci. Il suo destino sportivo, almeno sulla carta, era un altro: lo sci alpino. Proprio quello in cui Sofia Goggia ha chiuso al terzo posto. Due strade parallele che per un attimo si sfiorano, raccontando quanto sottile sia il confine tra ciò che era previsto e ciò che invece accade.
Il risultato della bellunese di Falcade, 28 anni, è una medaglia che pesa. Pesa per la scelta controcorrente di cambiare disciplina, per il coraggio di ricominciare dopo essersi rotta entrambe le ginocchia nel 2013, per la capacità di reggere la pressione quando tutto sembrava suggerire il contrario. Dallo sci allo snowboard, senza scorciatoie. Non un ripiego, ma una nuova identità sportiva, conquistata nel tempo e spesso lontano dai riflettori. Dietro quel bronzo nel gigante parallelo, arrivato dopo aver vinto la finalina a due contro l'altra azzurra Elisa Caffont, però, non c'è solo tecnica. C'è una donna che ha imparato a rallentare lontano dalle gare, a proteggere spazi di normalità necessari quanto l'allenamento. Nei momenti di pausa legge romanzi e biografie, si rifugia nell'uncinetto, un gesto antico insegnatole dalla madre. «Mi schiarisce le idee», racconta. All'inizio del 2025, però, il percorso si incrina. Arriva l'esaurimento, quello che viene chiamato burnout. Lle competizioni diventano un macigno, stare in compagnia una fatica inattesa. Un passaggio delicato, che la costringe a fermarsi e rimettere tutto in discussione. È lì che Dalmasso capisce che la testa è importante quanto le gambe. Oggi lavora con due mental coach e ha rimesso l'equilibrio psicologico al centro della preparazione. La svolta definitiva con il viaggio in solitaria a Fuerteventura, tra Natale e Capodanno. Da sola, tra sconosciuti, prova il surf per la prima volta. Un'altra tavola, un altro equilibrio. «Sono tornata calma, libera e ricaricata», dice.
Alla fine tutto torna alle origini. Alla montagna, alla famiglia, al nonno Giovanni, 86 anni.
«La nostra è una storia di neve, inverno e sport», ripete Dalmasso, che non smette di piangere. «Questa medaglia è semplicemente tutto, non ci sono altre parole». E forse è proprio per questo che il suo bronzo vale così tanto.