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L’intelligenza artificiale ha trovato gli alieni? Per ora trova quelli di Red Ronnie e Marco Columbro

IA e alieni, è un bel asino dal punto di vista scentifico

L’intelligenza artificiale ha trovato gli alieni? Per ora trova quelli di Red Ronnie e Marco Columbro
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L’intelligenza artificiale vede gli alieni dove non ci sono? Tipo, che so, Red Ronnie o Marco Columbro? Non è proprio così, vediamo come stanno le cose. Due ricercatori della Michigan State University, Christoph Adami e Ankit Gupta (il secondo, dal nome, sembra lui un alieno), hanno verificato quanto sia affidabile l’intelligenza artificiale quando deve distinguere qualcosa di vivo da qualcosa di non vivo.

Per farlo hanno usato Avida, un ambiente digitale nel quale esistono brevi programmi informatici capaci di autoreplicarsi, mutare e evolversi. Hanno addestrato una rete neurale su decine di migliaia di sequenze: alcune contenevano le istruzioni necessarie a riprodursi, altre no. Nei test ordinari, l’AI le distingueva con un’accuratezza del 99,97 per cento. Bene. In seguito hanno modificato progressivamente sequenze che di sicuro non erano capaci di replicarsi, scegliendo ogni volta le variazioni che aumentavano la probabilità che l’AI le giudicasse vive. Il sistema finiva per classificarle come forme di vita con una sicurezza vicina al cento per cento. Secondo gli autori, sono riusciti a ingannarlo partendo da ogni sequenza sottoposta alla prova. E qui casca l’asino prima dell’AI.

Perché la classificazione di ciò che noi riteniamo “vivo”, dal punto di vista scientifico, è un bel casino, e come sappiamo l’AI si basa sui dati che le diamo noi. In che modo definiamo la vita scientificamente? Con dei requisiti minimi: metabolismo, crescita, capacità di mantenere un equilibrio interno, risposta all’ambiente, riproduzione e evoluzione. Tuttavia nessuna di queste caratteristiche, presa singolarmente, basta a mettere la mano sul fuoco senza bruciarsela. A proposito di fuoco: il fuoco consuma energia, cresce e si propaga, e non per questo è vivo (salvo per gli ominidi primitivi e per qualche satanista contemporaneo).

I virus, penserete, sono vivi, anzi nel linguaggio comune gli si attribuisce perfino uno scopo biologico intenzionale (che in senso universale non abbiamo neppure noi, figuriamoci i virus). Insomma, possiedono materiale genetico, mutano e evolvono, però non hanno un metabolismo autonomo e possono riprodursi soltanto dentro una cellula ospite. In sostanza restano quindi sul confine fra vita e non vita (neppure tra la vita e la morte, quelli siamo sempre noi).

La definizione operativa più usata in astrobiologia è quella adottata dalla NASA: un sistema chimico autosufficiente capace di evoluzione darwiniana, sebbene la stessa NASA la consideri una definizione di lavoro, non una soluzione definitiva. D’altra parte qualsiasi definizione di vita nasce dall’unico esempio che conosciamo, la vita terrestre: non sappiamo se una vita aliena debba necessariamente funzionare secondo gli stessi criteri. (Richard Dawkins sottolinea che, se esistesse un principio biologico universale da comunicare agli alieni, sarebbe proprio quello dell’evoluzione darwiniana, la questione è che non sappiamo dentro quali condizioni agirebbe e quali risultati produrrebbe).

Figuriamoci un’AI alle prese con un esperimento semplificato, dove è definito “vivo” il programma capace di autoreplicarsi.

Perfino con un criterio così semplice e perfettamente verificabile riesce a sbagliare, riflettendo un paradosso generale: avendo già noi difficoltà a stabilire che cosa sia la vita, vorremmo affidare a una macchina il compito di riconoscerne una forma mai incontrata prima, sottraendole anche la complessità della questione. A quel punto tanto vale non usare l’AI ma davvero Columbro o Red Ronnie, che con gli alieni ci parlano ogni giorno.

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