Una delle questioni di cui mi è capitato spesso di discutere con animalisti amanti della natura e nemici di ciò che è artificiale (che è tutto ciò che amo io) sono i loro cani: quando gli dici che è probabilmente l’unica specie artificiale creata dall’uomo lo negano, magari con “il mio non è di razza”. C’entra un cavolo: il tuo cane deriva non solo dalla domesticazione umana (iniziata nel Paleolitico superiore, tra sedicimila e quattordicimila anni fa, con un processo iniziato già millenni prima), senza l’uomo ci sarebbero stati solo gli antichi lupi da cui discendono tutti i cani, di razza o non di razza. Di “razza” poi come la intendiamo oggi siamo a una selezione artificiale ottocentesca, una specie di OGM ante litteram, degli sfizi vittoriani. D’altra parte è difficile immaginarsi un chihuahua in natura, e infatti non c’era, e idem per le altre razze, e idem anche per i cani non di razza.
Comunque sia, uno studio appena pubblicato su Scientific Reports con il titolo Striking global similarities in dog–human interactions, parte proprio da questo limite evidente della ricerca sulla cognizione canina. Non solo i cani li abbiamo inventati noi, ma quasi tutto ciò che sappiamo deriva da cani occidentali, spesso cresciuti in casa e abituati al contatto individuale con il proprietario e inseriti in società in cui il cane è soprattutto un animale da compagnia. La maggior parte dei cani nel mondo non vive così, anzi la maggior parte conduce una vita libera o semilibera, lavora, caccia, fa la guardia e intrattiene con gli esseri umani relazioni meno esclusive.
Per capire quanto le capacità sociali del cane dipendano dalla cultura e quanto invece siano comuni alla specie, i ricercatori hanno studiato 164 coppie formate da un cane da caccia e dal suo proprietario in cinque contesti molto diversi: Germania, Vanuatu, Mongolia, Madagascar e comunità Shipibo-Konibo dell’Amazzonia peruviana.
I cani sono stati sottoposti a una serie di prove già usate negli studi sulla cognizione animale. I ricercatori hanno osservato se rispondevano al richiamo del proprietario, se seguivano il gesto umano di indicare per trovare del cibo, se riuscivano a mostrare all’uomo dove fosse nascosta una ricompensa, come si comportavano davanti a un problema diventato improvvisamente insolubile e se usavano la reazione del proprietario per decidere come affrontare un oggetto sconosciuto e... sorpresa: nonostante le grandi differenze culturali, sono emerse più somiglianze che differenze. In tutti i contesti i cani prestavano attenzione agli esseri umani, ne seguivano spesso i gesti, li osservavano nelle situazioni incerte e tendevano a rivolgere loro lo sguardo quando non riuscivano a risolvere un problema da soli.
Le differenze principali riflettevano soprattutto il tipo di rapporto costruito in ciascuna società. I cani tedeschi (non pastori tedeschi, cani da caccia allevati e usati in Germania), più addestrati formalmente e abituati a una relazione individuale con il proprietario, rispondevano meglio al richiamo e mostravano una maggiore concentrazione sulla persona di riferimento.
Invece a Vanuatu erano gli uomini a risultare particolarmente abili nel leggere i segnali dei cani, perché nella caccia al maiale selvatico, dentro una foresta fitta, il successo dipende spesso dalla capacità di capire che cosa il cane abbia trovato e che cosa stia comunicando.
Insomma, il risultato generale non è che tutti i cani del mondo siano uguali, piuttosto che la relazione con l’uomo poggi su una base sorprendentemente comune: il cane, in culture lontanissime, continua a considerarci un punto di riferimento, una fonte di informazioni, un interlocutore e, almeno in parte, una risorsa a cui rivolgersi. E si torna proprio al fatto che li abbiamo selezionati noi.
Certo, questo studio ha un limite, che è quello di avere esaminato soltanto cani da caccia. Probabilmente il vostro chihuahua sarebbe traumatizzato dall’essere portato in Afghanistan tra i talebani esattamente quanto una donna occidentale (e non che non lo siano anche le donne afghane).
Infine, per cortesia, femministe (e non solo quelle multiculturaliste filoislamiche, tanto vivono qui) ora non rompetemi pure con l’esempio del chihuahua e della donna, era solo una similitudine, ok? Ci conto (come no).