
Marte porta ancora dentro di sé le cicatrici degli scontri cosmici che hanno segnato l’infanzia del sistema solare: lo ha confermato uno studio dell’Imperial College London, che ha analizzato i dati della sonda InSight, spenta dal 2022 ma ancora capace di raccontarci storie di quattro miliardi e mezzo di anni fa.
Infatti il risultato dei dati ha confermato che nel mantello del pianeta rosso sono rimasti intrappolati i resti di giganteschi corpi celesti caduti all’epoca in cui il sistema solare era un autoscontro di asteroidi, una pioggia di collisioni che ha forgiato i pianeti rocciosi.
Gli strumenti sismici di InSight hanno registrato otto marsquake (piccoli terremoti marziani) due dei quali generati da impatti recenti con crateri di circa centocinquanta metri, e anche l’anomala propagazione delle onde ha dimostrato che l’interno del pianeta non è uniforme bensì disomogeneo, pieno di ammassi di materiale diverso (veri fossili geologici di quelle collisioni antiche), alcuni dei quali arrivano fino a quattro chilometri di diametro. Da notare che sulla Terra fenomeni come la tettonica e il vulcanismo hanno cancellato quasi tutte le tracce di quel bombardamento primordiale, su Marte no, perché geologicamente è quasi morto (non ha movimenti tettonici), dunque ancora oggi conserva intatte quelle ferite, trasformandosi in un archivio naturale della formazione del sistema solare.
Intendiamoci, che Marte fosse stato bombardato non sorprende nessuno, lo erano tutti i pianeti, la Terra compresa, e basta ricordare l’asteroide ha cancellato i dinosauri e reso possibile la nostra stessa esistenza (molti ne sono felici, io, che sono come Leopardi, per cui è funesto a chi nasce il dì natale, a quell’asteroide, se fosse stato un essere senziente, avrei detto: “Ma non avevi altro da fare?”), perché senza quell’impatto oggi non ci saremmo noi a raccontarlo (e no, i dinosauri non li ha sconfitti l’uomo, come disse Al Bano durante il Covid, “se abbiamo sconfitto i dinosauri figuriamoci un piccolo virus”: tra l’ultimo dinosauro e il primo ominide passano sessanta milioni di anni).
In ogni caso quelle cicatrici siano rimaste a disposizione della nostra scienza, un archivio che si legge come una capsula del tempo. Oggi però Marte non è certo un posto dove vivere o andare a vivere (e dubito lo sarà un domani): è un pianeta del tutto inospitale, privo di un campo magnetico che protegga dalle radiazioni solari e cosmiche, con un’atmosfera ridotta all’un per cento della pressione terrestre, insufficiente a schermare qualsiasi particella energetica, con temperature medie di sessanta gradi sotto zero che oscillano dai venti gradi appena tollerabili all’equatore nelle ore diurne ai meno centoventicinque dei poli durante le notti invernali, e dove le radiazioni misurate sono tali da rendere letale ogni permanenza in superficie (a meno di non scavare e vivere sottoterra, non sarebbe una bella vita). In altre parole, Marte nel suo giorno migliore resta più freddo di un congelatore e più radioattivo di un reattore a fusione dotato però solo di schermature minime.
Ve lo specifico perché Elon Musk continua a raccontarci la favola di un milione di persone su Marte entro il 2050 (entro il 2025, secondo un tweet del 2016… entro il 2026 in un’intervista del 2020… entro il 2029 in un’altra dichiarazione, e infine, entro il 2050 rimane il traguardo più recente) con flotte di Starship che per ora riescono a malapena a tentare voli orbitali, ignorando che i problemi di sopravvivenza umana restano enormi.
Diversi scienziati hanno liquidato la faccenda come stupida o ridicola: Adam Becker parla della cosa più insensata che si possa fare perché anche in caso di catastrofe globale la Terra resterebbe comunque più vivibile di Marte, Lawrence Krauss sottolinea l’enorme sottovalutazione di costi e rischi, Bill Anders (che nello spazio ci è stato con le missioni Apollo) ha chiamato tutto questo una follia, e commentatori come quelli del Guardian ricordano che questi sogni servono spesso a distrarci dalle questioni più urgenti qui sulla Terra. Il punto è chiaro: ci metteremmo migliaia di anni a rendere Marte vagamente abitabile (ammesso di riuscirci e non morirci durante), mentre stiamo già riuscendo a rendere inabitabile il nostro pianeta, che ha tutto ciò che serve, acqua, aria respirabile, un campo magnetico che ci difende, un clima tollerabile. Invece di terraformare Marte, ci stiamo marteformando la Terra.
Invece, a proposito dei dati di InSight, mi torna in mente Giovanni “Nanni” Bignami, uno dei nostri astrofisici più brillanti (quello che scriveva le puntate di SuperQuark per Piero Angela e padre dell’altrettanto brillante Giulia Bignami, chimica e scrittrice), mio grande amico morto del 2017, che nel suo libro rimasto celebre ipotizzò che la vita sulla Terra potesse essere arrivata proprio da Marte, da detriti staccati dopo impatti di questo tipo, quando il pianeta aveva mari e fiumi e poteva ospitare forme biologiche elementari trasportate fin qui come inconsapevoli passeggeri. Alla fine, la vera ironia è che non serve immaginare alieni lontani. Quel libro si intitolava: “i marziani siamo noi”.
Nel senso che forse eravamo noi, quando eravamo ancora degli invisibili, primitivi batteri. Comunque non è il caso di tornarci a vivere, pensate alla Terra (però se qualcuno vuole andare su Marte vada pure, anche domani, sono favorevolissimo).