Per molto tempo abbiamo considerato il numero una faccenda da esseri umani, al massimo da primati particolarmente simili a noi (i nostri cugini scimpanzé, bonobo, gorilla, e orango, insomma le altre grandi scimmie antropomorfe oltre a noi).
In seguito, sorprendentemente, attraverso gli studi della neuroetologia, sono arrivati i corvi, le api, e i pulcini e i pesci zebre studiati da Giorgio Vallortigara e dai suoi collaboratori all’Università di Trento, e il quadro ha cominciato a cambiare, e anche a farci sentire meno speciali (è quello che fa la scienza da Copernico fino al colpo di grazie di Darwin).
Torniamo ai numeri. Sempre più ricerche provano che la capacità di distinguere quantità, valutare numerosità o tenere traccia di una sequenza di eventi non sia un lusso cognitivo riservato ai cervelli più grandi, piuttosto uno strumento evolutivo molto più antico e diffuso (d’altra parte i nostri cervelli si sono sviluppati da cervelli di altri animali più piccoli, se andiamo abbastanza indietro, di circa quattro miliardi di anni, dall’antenato in comune a ogni essere vivente, LUCA, un organismo unicellulare che non capiva un tubo).
Un nuovo studio sui topi aggiunge un tassello interessante: non riguarda soltanto il riconoscimento di quantità presenti nel mondo esterno, riguarda invece la capacità di monitorare quante azioni vengono compiute prima di raggiungere un obiettivo. In altre parole, non quanti oggetti ci sono, piuttosto quante volte bisogna fare qualcosa. E la differenza potrebbe essere meno banale di quanto sembri. Abbiamo visto che i minicervelli di insetti e pesci sanno contare, è lo stesso con i topi? Sì e no, anche se ci sembra strano, visto che li usiamo come cavie per i nostri farmaci e diremmo che sono più simili a noi (in larga parte lo sono, non testiamo i farmaci sulla api, sulla matematica però la questione potrebbe essere diversa, a dimostrazione che grande cervello non significa più “intelligenza” o più capacità specifiche).
La ricerca pubblicata su Nature Neuroscience mostra che i topi possono tenere traccia del numero delle proprie azioni per raggiungere un obiettivo. I ricercatori della Duke University hanno addestrato gli animali a premere una leva un certo numero di volte prima di ottenere una ricompensa, e non si tratta quindi solo di riconoscere una quantità esterna (come distinguere più o meno oggetti), ma di controllare una sequenza di gesti: quante volte devo premere prima che l’azione sia completa.
Tecnicamente lo studio collega questa capacità ai gangli della base, in particolare allo striato, un’area del cervello coinvolta nel controllo del movimento e delle azioni orientate a uno scopo (se i nomi del cervello vi spaventano non vi preoccupate, nessuno li sa, neppure io). Gli autori mostrano che le due principali vie dello striato agiscono in modo diverso: la via diretta tende a prolungare la sequenza di azioni, mentre la via indiretta tende a interromperla prima. In pratica, il cervello non si limita a far muovere l’animale, regola anche la progressione verso un obiettivo numerico.
Insomma, andando al nocciolo, questo lavoro può essere letto accanto al filone più ampio sulla numerosità animale dai pulcini ai pesci vallortigariani? Forse che sì forse che no, direbbe D’annunzio. Perché c’è una differenza: qui il numero non riguarda solo ciò che l’animale percepisce nel mondo, riguarda ciò che l’animale fa. Non “quanti oggetti ci sono”, piuttosto “quante azioni ho compiuto”.
Tuttavia se ancora pensiamo ai roditori come a piccoli automi da laboratorio e che non contano neppure bene, vale la pena ricordare uno studio di Elisa Frasnelli e colleghi (anche lei ha lavorato con Vallortigara, sebbene questo studio sia autonomo) in cui alcuni ratti sono stati addestrati a distinguere due varietà di vino bianco, Riesling e Sauvignon Blanc, non solo riconoscendo il vino già imparato, ma generalizzando l’odore a campioni nuovi della stessa
varietà. Insomma, magari non ordinano ancora una carta dei vini, e forse non sanno contare come vorremmo noi, però se li lasciamo fare rischiano di distinguere un Riesling meglio di molti esseri umani al terzo bicchiere.