Scrittori, registi e persino storici La seconda vita dei cantautori

Guccini è in testa alla classifica con la sua autobiografia. Dalla dirige la Tosca a teatro e Bennato cita Metternich

Scrittori, registi e persino storici  
La seconda vita dei cantautori

Il cantautore diventa scrittore, e a volte la seconda vita è anche meglio della prima. Francesco Guccini è in testa alla classifica, non a quella dei dischi ma a quella dei libri. Il suo Non so che viso avesse. Storia della mia vita (Mondadori) è un bel pezzo di autobiografia di un paesano colto, dove i dolori esistenziali trovano specchio nell’osteria dei santi bevitori d’Emilia. Guccini ha già pubblicato diversi libri, e a modo suo la dimensione del racconto l’aveva sempre frequentata, sin da quando cantava «La ragazza dietro al banco mescolava/ birra chiara e Seven up», da quando nelle interviste raccontava di un duello musicale tra il suo Flaco Biondini e un altro chitarrista ignoto, finito con la sconfitta di quest’ultimo, con la donna delle pulizie che lo trovava ubriaco fradicio la mattina dopo: «Pensavo fosse morto, poi l’ho toccato ed era ancora caldo».

Ma la narrativa è una vena che torna utile adesso, ora che la figura del cantautore maestro di pensiero, di engagement, di coscienza sociale è un oggetto da museo. Negli anni Settanta i cantautori riempivano gli stadi, chiedevano e ottenevano cachet strepitosi (anche 400 milioni di lire a concerto), ora è facile trovarli in piazza per ventimila euro. Figlio degli esistenzialisti francesi, nipotino dei liederisti tedeschi, primo cugino di Bob Dylan e terzo della West Coast, il cantautore «ha esaurito la sua spinta propulsiva», per dirla col coevo Enrico Berlinguer. Un po’ sarà colpa delle ideologie cadute, per cui «cantautore» a dispetto di accenti e sillabe fa rima con dibattito, autocritica, spino, compagno, katanga. Ma se dobbiamo dirla diciamola tutta, è anche colpa di certa approssimazione musicale. A qualcuno verrà in mente il «ritmo ternano» di cui parlava De Gregori intendendo il tempo di tre quarti (ternario), e facendo nascere la curiosità per un ritmo spoletano o egubino. Ed è anche vero che i cantautori raramente sono riusciti a inventarsi un suono riconoscibile, elemento arcaico ma essenziale della musica nell’era della riproducibilità tecnica. Troppi versi senza rima, troppa «coscienza», troppo poca spontaneità. Ci sono le eccezioni naturalmente, dal Dalla più sfrenato e accorato, al De André con la Pfm, e a quello di Creuza de ma. Ma proprio De André, uno che la raccontava tranquillamente, disse una volta al musicologo Valentino Santagati che avrebbe dato tutto per saper cantare come Mica Cozzucoli, pecoraia di San Lorenzo (Rc). In breve De André ammetteva di sognare un'espressività «davvero» popolare, un manifesto sonoro primario, quasi violento, e di non essere riuscito a raggiungerlo.

Per De André c’è una mostra in corso a Roma (Ara pacis), una narrazione virtuale curata da Studio Azzurro, laboratorio leader della videoarte. Un progetto interattivo in cui lo spettatore può scegliere da sé quale immagine di De André sviluppare, con accesso a un vasto repertorio di musiche, foto, filmati eccetera. Per altri la seconda vita a volte è meglio della prima. Dalla e De Gregori, che dopo la trasmissione di lunedì scorso su Raidue sentiremo in concerto a partire da maggio, hanno meravigliose esistenze parallele. Dalla in teatro, con la Tosca, come regista del Pulcinella di Stravinskij e dell’opera del mendicante di John Gray. A confermare la sua fama di erede di una tradizione letteraria e giullaresca, e infatti ce lo ricordiamo a Napoli, la sua città del cuore, qualche anno fa nel ruolo teatrale di Sancio Pancia. De Gregori come rispettabilissimo hidalgo della canzone italiana, intervistato dall’animo amaro, polemista politico.

Insomma, spesso è proprio la qualità di intellettuale che torna utile nella seconda vita, che è soprattutto un «secondo mestiere» (così Eugenio Montale definiva la sua attività di critico letterario). Ivano Fossati pubblica una raccolta di successi (Di tanto amore), il cd è contenuto in un quaderno per appunti con inserti autografi, modello agenda letteraria. E a noialtri viene nostalgia del Fossati che scriveva per Loredana Bertè canzoni come Dedicato e Non sono una signora. Edoardo Bennato in questi giorni è a New York per presentare il suo Peter Pan in versione inglese. Esce il suo disco, Le vie del rock sono infinite, e si discute più che delle sue delle canzoni, delle visioni storiografiche. Bennato è un critico intelligente del risorgimento, appoggia le ragioni del brigantaggio, ma avverte che dietro il paravento dell’identità meridionale conculcata oggi agiscono forze criminali come la camorra. Cita pure Von Metternich: «L’Italia è un’espressione geografica».

E ultimamente, dall’altra parte, quella dei cacciatori di teste da pantheon politico, è tutto grasso che cola. Il cantautore, proprio perché museificato, è un magnifico dio da pantheon: frulla il livello alto (ideali civili) e quello basso (sono pur sempre canzonette), e si può agganciare a qualunque tendenza politica con un po’ di fantasia. L’anno scorso le celebrazioni dei settant'anni di Giorgio Gaber sembrarono più o meno quelle di un santo laico e democratico. Al punto che veniva voglia di riascoltare Le elezioni, tanto per mettere un po’ di pepe sia sull’urna democratica che su quella del santo. Il Signor G, scommettiamo, avrebbe gradito.

Caricamento...

Commenti

Caricamento...
Commenta anche tu
Grazie per il tuo commento