Se Ahmadinejad gioca la carta dell’Apocalisse

Se Ahmadinejad gioca la carta dell’Apocalisse

Massimo Introvigne

Gli europei - al contrario degli americani - fanno poca attenzione al tono dei discorsi del presidente iraniano Ahmadinejad. C’è da credere che non li leggano neppure. Pensano che alla fine prevarranno le ragioni dell’economia, del petrolio e delle banche europee - tra cui quelle italiane, vedi caso vicine al centrosinistra - che si sono insediate in Iran e che premono perché non sia applicata al regime di Teheran nessuna sanzione, se del caso rinviando e rimandando all’infinito qualunque discussione. Ahmadinejad, però, vive in un tempo diverso da quello delle banche. Parla a un Iran profondo che rivive continuamente, come se stesse ancora accadendo, il Medioevo epico e sanguinoso della formazione della fede sciita: il martirio dell’imam Husayn, ucciso dai sunniti nel 680, e la scomparsa del piccolo dodicesimo imam Muhammad al-Mahdi al-Muntazar, secondo gli storici occidentali morto a sei anni nell'874 ma per gli sciiti in «occultamento» da allora e pronto a ritornare trionfante alla fine dei tempi.
Una fine dei tempi che, secondo Ahmadinejad, è molto prossima. L’Iran vive una spaventosa crisi economica, con cifre tenute nascoste alla popolazione e negate all’estero - ma vicine ai record mondiali - di disoccupazione, uso di droga e prostituzione. Per distrarre gli iraniani dallo sfascio sociale ed economico, il presidente gioca la carta della retorica apocalittica e dei miracoli. Prodigi e segni premonitori della fine del mondo si sono moltiplicati negli ultimi mesi. Ahmadinejad afferma di credere che un pozzo apparentemente senza fondo nel Nord dell’Iran è il luogo da cui emergerà l’imam nascosto, al-Muntazar, «in occultamento» appunto dall’874 ma ora in procinto di ricomparire per guidare gli sciiti alla vittoria nel tempo della fine del mondo. Migliaia di fedeli si affollano per lanciare biglietti con i loro desideri nel pozzo miracoloso, intorno al quale è cominciata la costruzione di alberghi di lusso, ristoranti e moschee. Lo stesso Ahmadinejad ha dichiarato che quando parla all’estero un’aureola si forma intorno al suo capo, e fa circolare profezie sulla prossima conversione miracolosa all’Islam di tutti gli americani (annunciata da quella del cantante Michael Jackson).
Ahmadinejad si presenta sempre più apertamente come il secondo Khomeini, e riprende una parte importante del pensiero del fondatore della Repubblica islamica, che però era capace di coniugare retorica apocalittica e realismo di governo. Ma è stato Khomeini, molto prima di Osama bin Laden, a proclamare che i musulmani amano la morte come gli occidentali amano la vita. E a dare a questa affermazione, a differenza del terrorista saudita, uno spessore filosofico: secondo la gnosi khomeinista, la vita è la parte inferiore dell’opera creatrice di Allah, «la feccia della creazione». «La vera vita - assicurava Khomeini - è quella invisibile», dove il credente può entrare solo dopo la morte, più rapidamente ancora con il martirio.
Gli appelli alla distruzione di Israele si inseriscono in questo scenario apocalittico. La storia, da Hitler allo stesso Bin Laden, insegna che, quando diventa politica, il gioco della fine del mondo finisce sempre in tragedia. Se poi chi gioca all’Apocalisse si arma di atomiche, c’è davvero ragione di preoccuparsi.

La strategia europea del rinvio continuo potrà giovare ai traffici di qualche banca o società petrolifera - italiana, francese o russa che sia - ma assomiglia al ballo su un Titanic in procinto di esplodere e di inabissarsi.

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