Se il dibattito è un pretesto per spaccare il partito

Caro direttore,
le novità scaturite dal colloquio tra Berlusconi e Fini, per quanto irreali, rappresentano senza dubbio un grave problema politico. Il mio caro amico Giuliano Ferrara da tempo considera il ruolo di Gianfranco Fini potenzialmente positivo nell’ambito del rafforzamento del Pdl e del compimento in Italia di una matura democrazia dell'alternanza.
Anch’io che, al pari Giuliano, concepisco la politica come appassionato confronto delle idee nell’ambito di un processo storico di progresso della nostra democrazia, ho salutato inizialmente con speranza il ruolo di Fini nel promuovere nuove idee e nuove proposte nell’ambito di un arricchimento della piattaforma politica del centrodestra.
Più volte ho cercato di preparare la cornice di un confronto e di contribuire ad un dibattito che consentisse al Pdl di compiere un ulteriore passo avanti verso il ruolo di partito moderato, nazionale, pienamente inserito nell’ambito del popolarismo europeo.
A un certo punto, tuttavia, rispetto a questa prospettiva virtuosa, la traiettoria di Fini ha imboccato una strada diversa, una spirale destinata, come più volte avevo messo in guardia, a determinare fratture anche gravi piuttosto che il necessario rafforzamento del partito.
Il problema di fondo riguarda la natura del confronto. Ci può essere, infatti, una dialettica democratica che, partendo da un'intesa di fondo e dal riconoscimento dei traguardi ottenuti insieme nel corso di più di un decennio, produce risultati positivi e innovativi. Si può dare però anche una dialettica politica che, invece di presupporre una storia condivisa e un comune investimento nel futuro del partito, presupponga la prefigurazione di strade destinate a separarsi a partire da un nucleo divergente di valori e di prospettive politiche.
A me pare che quest’ultimo sia il confronto che insistentemente il nucleo di intellettuali vicini a Fini e in alcuni caso lo stesso Fini abbiano sin qui privilegiato. Questo è il punto decisivo di disaccordo: come si possa concepire un confronto che si sviluppi non in continuità politica, ideale e programmatica con l’opera del suo fondatore, bensì in radicale alternativa ad esso.
Tutto il ragionamento di Farefuturo, ad esempio, è su questa lunghezza d’onda: dimostrare che «il finismo è altro dal berlusconismo», che «un’altra destra, un’altra politica, un’altra Italia» è possibile dopo che finirà, per riprendere l’auspicio di Alessandro Campi, l’incantesimo che avvolge l’Italia. E qui si avverte chiaramente un vero e proprio fastidio, una viscerale avversione nei confronti dell’attuale destra e delle truppe vocianti del Cavaliere. Il confronto all’interno del Pdl è il pretesto, non per rafforzare e migliorare l’offerta del nostro partito, ma per immaginare e costruire un futuro diverso per il Pdl, inteso come «alternativo al berlusconismo declinante e al leghismo trionfante».
Ecco, io sono convinto che questo approccio sia non solo infondato, ma rovinoso per il confronto che si apre nel nostro partito, come le ultime vicende purtroppo dimostrano. Infondato e rovinoso perché non prevede un necessario lavoro comune che, pur nelle differenze, conduca ad un esito, ad un’unità più alta, a possibili cambiamenti, a innovazioni auspicabili e possibili. No, si tratta di un percorso che scommette sulla frattura, sullo scarto, sull’ipotesi di una storia nuova e diversa rispetto a quella nella quale siamo impegnati, con tutti i nostri limiti e difetti.
Spero di sbagliarmi, naturalmente, perché anch’io come tanti altri amici e militanti di questo partito, non tifiamo per la rottura bensì per l’unità, a condizione però che il patrimonio politico che abbiamo contribuito a costruire in questi anni accanto al presidente Berlusconi non venga considerato una anticaglia da buttare alle ortiche o una bruttura di cui vergognarsi. Ciò che ha reso possibile nella storia italiana Silvio Berlusconi è talmente grande e importante che merita rispetto. E merita soprattutto un giudizio obiettivo e un’opera politica sapiente che sappia assumerla pienamente prima di proporsi di superarla e di inverarla in un contesto politico e temporale diverso.
Per questo, quando leggo molte dichiarazioni di Gianfranco Fini o quando ho dovuto ascoltare l’intervento di Italo Bocchino pronunciato all’ufficio di presidenza, avverto un sentimento di profonda tristezza, che deriva non solo da una analisi politica, ma più ancora da una considerazione umana e sentimentale rispetto ai meriti storici e alla statura personale di Berlusconi assaliti senza alcuna nobiltà e verità.
*Ministro dei Beni e delle Attività Culturali
e coordinatore Pdl

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