Se i repubblicones se la prendono anche con Caselli...

Caro Granzotto, il Comitato di Redazione del quotidiano di proprietà dell’ing. Carlo De Benedetti ha pubblicato un comunicato per denunciare gli attacchi forsennati che rivolge a «Repubblica» il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, infastidito dalle 10 domande che gli vengono rivolte e alle quali si rifiuta di rispondere. Attacchi culminati con la recente, «gravissima, inaudita, intimidatoria denuncia alla Procura della Repubblica». Sostengono i redattori scalfariani che si tratta di una precisa strategia contro la libertà di stampa e il loro diritto di informare liberamente l’opinione pubblica, confermata dal fatto che il collega Diego Longhin, della redazione torinese, non può più svolgere il suo lavoro perché cinque agenti della polizia giudiziaria sono arrivati nella sede della redazione su ordine del procuratore capo di Torino, sequestrandogli computer d’ufficio, telefonini cellulari (anche quello personale), blocnotes e poi si sono recati nella sua abitazione sequestrandogli anche il pc personale e altri documenti. Una operazione di polizia esecrabile, allarmante, squadristica ordinata non già da un procuratore reazionario e antidemocratico, asservito ai servizi deviati, ai poteri occulti e alla P2. L’ha ordinata nientemeno che il dottor Gian Carlo Caselli, il mitico ex procuratore capo di Palermo al quale Giuseppe D’Avanzo di «Repubblica» dedicava corrispondenze apologetiche sulla sua vita blindata e attualmente procuratore capo a Torino. Un magistrato notoriamente simpatizzante della sinistra. E di «Repubblica». Non certo di Berlusconi. Mi pare perciò una farneticazione associare un magistrato come Caselli alla liberticida strategia berlusconiana (ammesso che esista).


Le pare? Ne stia pur certo, caro Mazziotti: l’intemerata del Politburo di Largo Fochetti è farneticazione bella e buona, oltre a mirabile saggio di saccente protervia. Per di più grondante aggettivi che si leggevano sull’«Unità» degli anni Cinquanta, gli anni di Giuseppe Stalin detto Baffone. Inaudito, intimidatorio, esecrabile e l’immancabile squadristico, tanto per darsi quel tocco di antifascismo militante che sta ai repubblicones come la cipria Coty stava alle sciantose del Bal Tabarin. Definire attacco forsennato, definire inaudito l’adire le vie legali è cosa che aveva un senso ai tempi di Lavrenti Beria, ma nell’Italia repubblicana che si è data una Costituzione nata della Resistenza, mica no (e che all’articolo 24 recita: Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi, tutti, anche Silvio Berlusconi) è roba da stralunati. O da gente non pienamente certa che la legge debba essere uguale per tutti. E, di contro, assolutamente convinta che l’autonomia della magistratura debba essere temperata dal tornaconto di «Repubblica». Ove non soddisfatto – ed è il caso del sequestro di armi e bagagli professionali di Diego Longhin – la giustizia non è più giustizia, ma operazione esecrabile. Anche se ordinata da un pezzo da novanta, da un biancocrinito guru della magistratura militante. Perché quando c’è di mezzo il loro particulare, i repubblicones non guardano in faccia a nessuno, nemmeno alle vecchie glorie. Pietà l’è morta, caro Mazziotti: le presunte mire (squadristiche) di metter la mordacchia alla Pravda di Largo Fochetti giustificano ogni mattana, ogni colpo basso. A proposito di mattane: pare che i repubblicones, i boffones e il ceto medio riflessivo intendano portare in piazza le centinaia di migliaia di firmatari dell’Appello dei Tre Giuristi. Dovrei esserci anch’io che, per vedere come funziona la Fabbrica del Consenso, ho firmato, con nomi di fantasia, sei volte di seguito. E avrei potuto farlo sessanta volte di seguito. Seicento. Seimila.
Paolo Granzotto