Torna la prima avvocata d'Italia. La prima a iscriversi all'albo nel 1883 e la prima a entrare nella Top Ten globale di Netflix. Da oggi, sulla piattaforma streaming, arriva la terza e ultima stagione della fortunata serie La legge di Lidia Poët, scritta da Guido Iuculano e Davide Orsini, diretta da Letizia Lamartire, Pippo Mezzapesa e Jacopo Bonvicini, prodotta da Matteo Rovere per Groenlandia ma, soprattutto, interpretata da Matilda De Angelis che dona a un personaggio, realmente esistito, tutta la sua grazia e la sua ironia. Ora la nostra avvocata, che continua a frequentare Pierluigi Fourneau (Gianmarco Saurino) e ad avere accanto altri due uomini, il fratello Enrico (Pier Luigi Pasino), diventato deputato, e l'amico giornalista Jacopo Barberis (Eduardo Scarpetta), si trova a difendere, dall'accusa di omicidio del marito, la sua più cara amica il cui processo per legittima difesa scuoterà l'opinione pubblica.
«Ripensandoci confida Matilda De Angelis, nata 30 anni fa a Bologna, a un piccolo gruppo di giornalisti è una serie che tratta temi ancora oggi molto presenti e sui quali ci siamo a lungo interrogati perché mi piace sempre fare l'avvocato del diavolo».
Che domande s'è fatta?
Soprattutto sulla credibilità del tema della legittima difesa che ancora oggi è complicato da sostenere in tribunale. Proprio per questo alla fine della serie c'è quella dedica a tutte le persone che hanno avuto il coraggio di cambiare la realtà immaginandola molto diversa da quella che era. Si tratta alla fine di un augurio anche per le generazioni presenti e future».
C'è qualcuno oggi che può incarnare questi ideali?
«Credo più a una pluralità di persone con un movimento di consapevolezza che si muove molto dal basso, penso alle generazioni future che si muovono in un mondo drammatico».
Uno degli aspetti più interessanti del suo personaggio, e della sua recitazione, è l'ironia.
«L'elemento ironico è sempre stato fondamentale, un po' perché fin dalla prima stagione abbiamo capito che poteva essere un tratto in qualche modo più rassicurante di Lidia Poët. Perché una donna così forte, potente, intelligente e colta, che non fosse anche capace di prendersi un po' in giro, probabilmente sarebbe risultata antipatica, suo malgrado».
Lei è una persona ironica?
«Non prendersi sul serio in realtà per me è una cosa serissima. È una pratica che coltivo quotidianamente e lo faccio anche all'interno del mio lavoro e della mia vita privata. In questo senso c'è stata anche la volontà di ricalcare un mio tratto caratteristico».
Il personaggio di Lidia Poët è quello di una femminista in lotta?
«Il mio principio fondamentale è che la lotta femminista non è una lotta tra sessi. Noi apriamo la terza stagione proprio con questa riflessione, perché esistono e sono esistiti uomini femministi e sensibili al tema. In certi movimenti più radicali sembra proprio una guerra tra sessi ma io penso invece che sia una lotta di tutte e di tutti, e credo che anche Lidia lo pensasse».
Tornando al presente, il nostro cinema non s'è ancora ripreso dall'assenza di registi italiani al festival di Cannes.
«Penso che bisogna ritrovare quel coraggio che ci ha caratterizzato per tanto tempo, investendo sui nuovi registi. Io ho una voglia matta di lavorare con loro pensando alla possibilità che proprio Matteo Rovere mi diede (per il film Veloce come il vento, ndr) e non vedo l'ora di ricambiare questo favore. Ma vedo anche grande pigrizia nel nostro sistema, ora molto stantio.
A proposito dei tagli al mondo del cinema, Alessandro Gassmann ha lanciato il boicottaggio della serata dei Premi David di Donatello. Lei è candidata per Fuori di Martone. Che farà?
«In realtà non ho ancora deciso, potrei dire, come Nanni Moretti, mi si vede di più se non vado o se sto in
disparte? Scherzi a parte, mi sto interrogando sul senso di boicottare una cerimonia che invece potrebbe essere grandissimo palcoscenico per portare un messaggio in quel contenitore. Non possiamo continuare a autosabotarci».