La Severino indaga sulla scrivania di Togliatti

Roma La linea «riservata» del ministro Paola Severino squilla per la prima volta. Un po’ emozionata, la neo Guardasigilli si chiede chi mai la cerchi. «Pronto», risponde. Dall’altra parte, una voce la lascia di stucco: «Qui è la Telecom, devo riparare un guasto sulla linea». «Sono il ministro della Giustizia - replica lei - e non so proprio come posso aiutarla».
L’aneddoto, fresco di poche ore, la Severino lo racconta all’incontro informale con la stampa per un brindisi nella Sala Verde del ministero. E prosegue aprendo un piccolo «giallo», nel descrivere il suo studio.
«La prima volta che sono entrata in questa gigantesca stanza, dove ci sente molto soli, ho trovato una sedia di legno con i braccioli non solo idealmente ma anche fisicamente scomoda. La scrivania non è quella che ricordavo da quando, tanti anni fa, me la mostrò il mio maestro e allora ministro Giuliano Vassalli, che mi parlò anche degli affreschi e del sigillo di Stato. Sono simboli storici e non mi sognerei mai di cambiarli, così come sarebbe giusto che la scrivania tornasse dov’era».
Quella di cui parla è la famosa scrivania del primo Guardasigilli del dopoguerra, Palmiro Togliatti. «Ho chiesto - dice la Severino - di cercarla, magari è finita in uno scantinato. Nessuno l’ha sottratta, è stata solo spostata, però non sappiamo dove».
Qualche sospetto c’è, perché nel 1999 la restaurò e ne prese possesso con orgoglio Oliviero Diliberto, primo ministro della Giustizia comunista dopo Togliatti. Poi l’aria cambiò e Marcello Pera, aspirante successore di centrodestra, anticipò nel 2001 che se fosse andato a via Arenula per prima cosa avrebbe eliminato quella scrivania. Diliberto raccontò di aver preso delle contromisure, prima di andarsene: «Per mimetizzarla, l’ho fatta trasferire nella stanza di un funzionario del ministero, a sua insaputa». Pera non arrivò mai, invece venne Roberto Castelli, che disse di aver individuato la scrivania «comunista» nell’ufficio di un magistrato. Ma si guardò bene dal rimetterla al suo posto. Da buon avvocato (oltre che professore universitario), la Severino non lancia accuse alla leggera. «Non ho prove - sorride - né indico colpevoli. L’istruttoria è all’inizio».
Il nome di Togliatti è legato alla grande amnistia del ’46, ma la Severino pensa a tutt’altro per l’emergenza carceri. «Non serve un unico toccasana, ma una serie di provvedimenti strutturali, per implementare le misure alternative alla detenzione». Sull’amnistia deciderà il parlamento, quella del governo sarebbe «un’invasione di campo». Però, niente palliativi simili ad «un cucchiaino per svuotare il mare». Questa delle carceri sovraffollate è una delle priorità del ministro, che oggi illustrerà alla commissione Giustizia del Senato il suo programma per guarire un «malato cronico che può farcela».
La Severino spiega che si comincia dai temi condivisi. «Il contrario sarebbe tatticamente sbagliato. Così fa l’avvocato nelle arringhe o il docente universitario nelle lezioni: prima le questioni condivise, poi quelle controverse». Come dire che leggi roventi, tipo intercettazioni, processo lungo e prescrizione breve, per ora vengono accantonati. E anche le riforme dei codici, troppo ambiziose per un governo tecnico appeso al filo della politica. I parametri da cui partire? «Efficienza coniugata al risparmio». La prospettiva temporale? Il ministro guarda ad aprile 2013. «Sono grandi le aspettative - spiega - e lavoreremo molto. Ma siamo umani, non dotati di superpoteri. Anche se chiamano Monti SuperMario».

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