Silvio Superman e le «cavalle» di Michele Serra

Caro Granzotto, spero che lei non mi consideri uno sprovveduto. Sono laureato, pratico con soddisfazione e con un certo successo la professione di ingegnere, leggo oltre al «Giornale», «il Foglio» e seguo l’informazione televisiva. Bene, non vorrà credermi ma alla fin della fiera io non ho ancora capito qual è l’accusa mossa da «Repubblica» a Silvio Berlusconi. Accusa, intendo dire, tale da pregiudicare la sua permanenza a Palazzo Chigi. Essendo esclusa, perché priva di risvolti negativi sociali e giudiziari, quella di andare a femmine, come diciamo dalle nostre parti. Le confesso che nei momenti caldi ho anche acquistato «Repubblica», proprio per cercare di capire. Ma sarà che sono corto, sarà che quelli non si spiegano bene, fatto sta che il capo di imputazione ancora mi è ignoto. Me lo potrebbe comunicare lei?

Mica facile accontentarla, caro Traversi. Da principio un capo d’accusa «forte» sembrava esserci, anche se detto e non detto dai repubblicones: atti impuri con minorenne. Ma presto, diciamo pure subito, a Largo Fochetti si resero conto che era una imputazione insostenibile per mancanza non tanto di prove, non tanto di semplici indizi, quanto di seppur vaghe voci (e si passò al «da poco maggiorenne», come a dire mannaggia, questione di giorni e lo avremmo messo nel sacco). Ciò non impedì alle iene, che intanto avevano assaporato il sapore del sangue, di mollare la presa. In fondo l’antiberlusconismo può tranquillamente nutrirsi di se stesso, pensarono, mica ha bisogno di enunciati o di presupposti. E così, il pettegolezzo, le foto rubate, le dichiarazioni (lusinghiere, va detto, per Berlusconi) della escort a tassametro D’Addario furono dai repubblicones comprese in un generico «scandalo politico» che però nessuno ha mai capito in che cosa consista. Tanto più che le imprese del Papi Superman restavano circoscritte alla vita privata, intima dell’interessato e la storia che il privato è politica non la beve più nemmeno Ida Dominijanni, che pure è tosta. O Adriano Sofri, il teorico dello sciacquamento in pubblico dei panni privati (escluso i suoi). E poi, a che serve un pretesto? Il pensiero dominante dell’antiberlusconismo riposa in questo assioma: Berlusconi è comunque colpevole, per il solo fatto di essere Berlusconi. Tuttavia questo sbrigativo modo di liquidare la faccenda non soddisfa appieno le coscienze critiche della nazione, quei fini intellettuali che Palmiro Togliatti, un grande, definì utili idioti. Non che gli utili idioti non siano anch’essi consacrati all’antiberlusconismo, no, questo no. Sono e si vantano d’essere antiberlusconiani, però con classe, con intelligenza. Con uso di mondo. Per costoro il killeraggio mediatico-gossiparo va bene ed anzi, va benissimo, ma preferiscono che muova non da un fatto personale, ma da qualcosa di più eticamente elevato. Come la denuncia dell’uso improprio e dunque colpevolissimo che Berlusconi fa del potere che gli deriva dall’essere capo di governo. Aedo di questa visione «alta» dell’antiberlusconismo è Michele Serra il quale, sia detto a scanso di equivoci, non è né idiota né utile. Egli scrive che lo «scandalo» di Berlusconi «non sono le sue abitudini sessuali, ma lo smercio di candidature il cambio di sesso». L’aver - è sempre l’elegante, il signorile Serra a parlare - «fatto senatrici le sue cavalle». A parte il fatto che dare della D’Addario, della cavalla, della meretrice, insomma, alle signore Casellati, De Feo, Allegrini, Germontani, Bianconi, Vicari, Colli, Scardino, Contini, Licastro, Rizzotti e Spadoni, tutte senatrici del Popolo della libertà, non sta bene, cosa c’entra la presidenza del Consiglio - il «potere» che Berlusconi avrebbe usurpato - con le liste dei candidati alle elezioni? C’entra, caro Traversi, quando a parlar di cavalle è un asino.