Il sindaco dà l’addio Bologna torna al voto tra appena due mesi

BolognaAffaire Delbono ultimo atto, quello definitivo. A porre fine in modo ufficiale al mandato di Flavio Delbono alla guida del Comune bolognese, solo poche parole dello stesso primo cittadino: «Visto l’articolo 53 comma 3 del Testo unico degli enti locali, rassegno le mie dimissioni». Annuncio scarno e fulmineo, come scarna e fulminea è stata l’esperienza come sindaco di «Bologna la Rossa» di Delbono, eletto nel giugno scorso.
Il giro di boa a Palazzo d’Accursio arriva nel pomeriggio, poco dopo le 16. L’agenda del Consiglio comunale prevede l’approvazione del bilancio, appuntamento al quale lo stesso sindaco ha vincolato l’ufficializzazione dell’addio. Delbono arriva puntuale per aprire i lavori ma ne esce subito dopo, per rientrarvi solo alle 16.10, al momento del voto finale. Ed è a questo punto che l’ormai ex primo cittadino formalizza le proprie dimissioni. Nessun commento, nessun discorso. Solo l’annuncio e il tradizionale giro di strette di mano con gli assessori presenti in aula.
Un commiato freddo, in una fredda giornata bolognese, ma che probabilmente apre le porte a un ricambio veloce dell’amministrazione cittadina. Ufficializzato l’addio di Delbono, si rende infatti più facile l’approvazione di quel provvedimento d’urgenza al quale il ministro dell’Interno Roberto Maroni già nei giorni scorsi si era mostrato disponibile e che permetterebbe ai bolognesi di andare a votare il 28 marzo. Un accorpamento alle elezioni regionali che consentirebbe di affidare la guida della città per questo breve periodo al vice sindaco, Claudio Merighi. Se oggi la riunione tecnica al Viminale dovesse dare esito positivo, sarebbe scongiurata l’onta del commissariamento, che rischierebbe di penalizzare ulteriormente il presidente della Regione, il diessino Vasco Errani (del quale Delbono è stato il vice fino alla sua elezione a sindaco), in corsa anche per la prossima tornata elettorale.
Considerazioni, queste, che deve aver fatto anche il segretario del Pd Pierluigi Bersani, che proprio ieri aveva detto: «Nel caso del Comune di Bologna, sono per andare al voto nel più breve tempo possibile, con la sola compatibilità dell’approvazione del bilancio, necessario alla città, e nel rispetto delle norme generali sulle autonomie locali. Se tutto questo è compatibile con il voto il 28 di marzo, da parte del Pd non c’è nessun problema». Insomma, ora Bologna aspetta le decisioni di Maroni. «Per la nostra parte abbiamo fatto quello che ci è stato chiesto di fare - ha detto il vice sindaco Merighi -. La nostra responsabilità nei confronti della città ce la siamo presa tutta».
Ora, però, le responsabilità del Pd bolognese diventano altre. A questo punto, infatti, si aprono le danze per scegliere il candidato. Danze che nel Partito democratico appaiono quanto mai goffe e confuse. Per ora l’unico nome che circola è quello di Maurizio Cevenini, già in lizza alle primarie alla scorsa tornata elettorale, ma poi battuto da Delbono. E proprio sulla questione delle primarie sembrano già sorgere i primi problemi in casa Pd. «La via migliore è quella più diritta e allo stesso tempo quella più breve - ha detto Arturo Parisi -. Primarie immediate senza candidati ufficiali di partito». Ma è stato lo stesso Cevenini a far capire che la linea Parisi non è unanimemente sostenuta all’interno del partito. I tempi verso il voto «sono stretti - ha detto -. Dunque, meglio guardarsi negli occhi e trovare un candidato forte e fortemente condiviso».
Sul fronte del Pdl, invece, si fa appello a una scelta che parta da Roma, direttamente da Silvio Berlusconi. «Mi auguro - ha detto Giuliano Cazzola, lo sfidante di Delbono che aveva sollevato il Cinzia-gate in campagna elettorale - che il presidente Berlusconi e i coordinatori nazionali avochino a sé la scelta della candidatura per il sindaco di Bologna. Si presenta un’opportunità storica, anche perché siamo appena agli inizi di una vicenda giudiziaria che arriverà lontano, nel cuore dell’ente Regione e del sistema di potere della sinistra».
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