Ha generato molte reazioni la decisione del nuovo sindaco di New York, il musulmano Zorah Mamdani, di giurare sul Corano e non sulla Bibbia. Da parte conservatrice molti hanno sottolineato come il testo sacro dell’islam non appartenga alla tradizione americana, ma questo non è un argomento decisivo. In fondo, ogni autentica tradizione è viva e quindi dinamica: in grado di mutare nel tempo. Dopo avere integrato cattolici ed ebrei, perché l’America costruita nel XVII secolo dai protestanti non dovrebbe oggi accogliere a pieno titolo i musulmani? Per giunta, un principio cardine americano è la libertà religiosa: in tale prospettiva ogni critica a Mamdani potrebbe apparire ingiustificata.
Le cose, invece, sono più complicate. È infatti necessario avere presente che ogni società poggia su una qualche (condivisa) visione dell’uomo e della realtà. In altre parole, il diritto non nasce nel vuoto, ma è sempre l’espressione istituzionalizzata di una prospettiva morale e di una certa idea della realtà e dell’esistenza.
In tal senso è chiaro come in Occidente la nozione di individuo, quale soggetto dotato di dignità intrinseca e diritti inviolabili, sia il risultato di una lunga stratificazione storica che affonda le radici nell’esperienza ebraico-cristiana. La concezione biblica dell’uomo, creato a immagine di Dio, ha introdotto nella storia un elemento decisivo: la convinzione che ogni essere umano ha un valore che valica la comunità politica e va anteposto a qualsiasi potere. Sviluppando tutto ciò, il cristianesimo ha posto al centro la dimensione relazionale, dato che perfino Dio è inteso a partire da una dimensione trinitaria. Sul piano sociale ne è derivato che la persona non è un individuo isolato né una semplice parte del tutto, ma un essere libero che si realizza nel rapporto con l’altro. A ciò si accompagna il legame strutturale tra fede e ragione, espresso nella nozione di Logos, che impedisce di concepire Dio come una pura volontà arbitraria e che fonda l’idea che l’agire umano deve rispondere a criteri razionali e morali.
È da tutto ciò che, nel medioevo cristiano, vengono alla luce la nozione di diritti soggettivi e, più in generale, la tesi secondo cui vi sono ambiti della vita sottratti alla disponibilità dell’autorità. Le “libertà dei moderni”, allora, non sono il semplice frutto di un processo di secolarizzazione, ma l’esito di una metafisica che riconosce la trascendenza dell’uomo.
Qui è facile riconoscere una netta contrapposizione con la visione islamica, fondata sul principio della sottomissione. Nell’Islam il rapporto tra Dio e l’uomo è essenzialmente verticale: Dio è sovranità assoluta, mentre l’uomo è servo.
Manca l’idea di un patto e di una reciprocità che strutturino una relazione personale tra umano e divino. Questa impostazione tende a riflettersi anche nell’ordine giuridico, dato che la legge nasce dall’obbedienza a un comando che si pretende dettato da Dio stesso.
Nel celebre discorso di Ratisbona, Benedetto XVI mise in luce proprio questo nodo problematico, mostrando come la separazione tra Dio e Logos conduca a una concezione volontaristica del religioso, nella quale anche la violenza può diventare giustificabile. Se Dio non è razionale e non è vincolato da alcuna intelligibilità morale, allora neppure l’agire umano lo è. La rottura tra fede e ragione diventa così una minaccia diretta alla dignità dell’uomo.
Tuttavia la crisi contemporanea della libertà non può essere attribuita solo a fattori esterni, poiché l’Occidente stesso ha progressivamente abbandonato le proprie radici, sposando visioni immanentiste e nichiliste che negano ogni trascendenza e riducono l’uomo a materiale plasmabile e suddito governabile. Un pensatore come Emmanuel Lévinas ha sottolineato come i totalitarismi del Novecento siano stati resi possibili proprio dall’eclissi dell’altro, dalla venir meno di quella metafisica che vedeva nel volto del prossimo un limite invalicabile. Quando l’essere umano non è più inteso come manifestazione di ciò che trascende la realtà, lo Stato e l’ideologia possono disporne integralmente.
Alla luce di questo è chiaro come l’Occidente abbia di fronte a sé una doppia minaccia. Da un lato, il secolarismo radicale e il collettivismo stanno svuotando la libertà di ogni fondamento morale, rendendola facilmente sacrificabile in nome della solidarietà, dell’efficienza o della sicurezza. Dall’altro, stiamo sempre più chiamati a fare i conti – come il “caso Mamdani” attesta – con un nemico che viene dall’esterno ed è rappresentato da una religione e da una cultura che sono penetrati nello spazio occidentale senza condividere i presupposti che rendono possibile una società libera.
In questo quadro, difendere la libertà non significa semplicemente rivendicare diritti formali, ma riaffermare la verità sulla persona. La libertà vive solo là dove l’essere umano è riconosciuto come un fine e non come un mezzo, quale soggetto capace di distinguere il bene dal male e rispondere delle proprie scelte. Senza questa antropologia, la libertà si dissolve e con essa la civiltà che l’aveva resa possibile.
Se le cose stanno così, bisogna riconoscere che il socialista islamico Mamdani sta obbligando gli occidentali a interrogarsi sulla loro identità, riscoprendo il nesso tra verità e libertà, perché quando ogni aggancio con la prima viene meno, anche la tutela della seconda riesce difficile.
In una società libera la libertà di confessione non può essere negata e negli Stati Uniti la costituzione è netta al riguardo. Questo, però, non significa che ogni comunità debba essere disposta ad accogliere soggetti che interpretano una cultura del tutto avversa ai principi che sono alla base del diritto e di una civile convivenza.
È bene prendere atto, allora, che l’immigrazione di massa minaccia la possibilità stessa, per gli occidentali, di continuare a essere quello che sono: gli incoerenti, incerti e spesso infedeli interpreti di una tradizione storica che ha comunque posto al centro della scena la libertà dell’uomo.