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Come sopravvivere a Sanremo

È difficile, ma potete farcela Evitate che il Festival vi danneggi l’udito. Al posto delle canzoni ad alto tasso glicemico ascoltate altri artisti italiani

Come sopravvivere a Sanremo

Ci vorrebbe un rifugio antiatomico scollegato dalla superficie oppure un atollo selvaggio nel Pacifico. Potrebbe anche andare una tenda nel deserto più inaccessibile o al Polo Sud. Se la fuga non è un'opzione praticabile, siete condannati a una settimana di Festival di Sanremo. Quest'anno va in onda su Raiuno dal 24 al 28 febbraio. Il conduttore, per il secondo anno di fila, è Carlo Conti. Astenersi dall'accendere il televisore è cosa buona e giusta ma non sufficiente a sfuggire al bombardamento di musica usa e getta, soprattutto getta, proveniente dal Teatro Ariston. E fosse solo la musica. Ci sono anche gli ospiti in promozione, i comici che non fanno ridere, i coconduttori che non sanno leggere il gobbo, le puntate trascinate a notte fonda per tenere alto lo share. Se va malissimo, ci sarà anche qualche pistolotto politico. E giù commenti "originali" su Telemeloni o sulla egemonia canzonettara della sinistra. Immancabili le stucchevoli discussioni sugli ascolti, roba che il valium al confronto è una scarica di elettricità. Inevitabile anche la discussione sul sistema di voto, più complicato di un cruciverba a schema libero, e relative battute (?) tipo: "È tutto truccato, ahahah". Prevedibili anche le polemiche social sull'aspetto di Tizia o sull'intonazione di Caio. Con repliche piccate o deluse per la crudeltà dei leoni da tastiera. Ma il vero problema, inutile nascondersi dietro a un amplificatore, è la musica. Di solito è così zuccherosa da essere proibita a chi soffre di glicemia troppo alta. I testi sono scontati: l'amore, la mamma, la solitudine tra noi. Le canzoni, indistinguibili, si dividono in due categorie: quelle per consentire alla voce di passare dal piano al forte, con visione in diretta televisiva delle corde vocali dell'interprete; quelle per consentire alla voce (stonata) di non fare brutta figura: tu chiamalo, se vuoi, autotune. Dispiace molto per gli orchestrali della Rai, bravissimi ma costretti a suonare imbarazzanti "giri di do" per una settimana più le prove. Hanno fatto il conservatorio ma per i brani di Sanremo di solito basta il corso base di chitarra organizzato dall'oratorio. Sono loro le prime vittime di questo andazzo. Ogni tanto, per motivi strettamente statistici, c'è qualche brano bello o anche molto bello, ma il rischio è che non se ne accorga nessuno e arrivi in fondo alla classifica, famoso il caso di Vasco Rossi, penultimo con Vita spericolata, uno dei suoi capolavori. La serata più seguita, spesso, è quella delle cover. Si vede che le canzoni in concorso non sono il massimo. I concorrenti, insieme con ospiti, cantano vecchi successi altrui. Ed è subito karaoke.

Vi risparmiamo l'elenco dei cantanti di questa edizione: sono trenta, c'è un po' di tutto, da Patty Pravo a Fedez, passando per Fulminacci. Non mancano i molti artisti che sembrano esistere solo nei giorni di Sanremo, per poi sparire fino all'anno successivo, senza che nessuno ne senta la mancanza o ne rammenti perfino il nome. I commentatori più intelligenti, si fa per dire, diranno o scriveranno, come sempre fanno, che il Festival è lo specchio dell'Italia, nel bene e nel male. Può essere vero per lo spettacolo televisivo nel suo complesso. Invece, da un punto di vista strettamente musicale, simile affermazione è insieme banale e falsa. Al massimo (ma neanche) Sanremo è lo specchio del mercato, non della scena musicale, quella che mette al centro il pentagramma.

Attualmente, l'Italia ha un certo numero di gruppi affermati nei circuiti mondiali (sì, sono noti anche oltre Chiasso). Parliamo di gente ormai abituata a esibirsi insieme con i pesi massimi. Per caso, in questi giorni, ne troviamo alcuni in tour, con dischi nuovi sugli scudi. Partiamo dai romani Zu, un trio atipico nel rock: basso, sassofono, batteria. Cosa suonano? Una incendiaria miscela tra metal e jazz, con suggestive pause d'ambiente. L'ultimo disco si intitola Ferrum Sidereum e ha ottenuto un consenso generale. Dal vivo, li abbiamo appena ascoltati a Milano, sono devastanti e precisi. Hanno fan come John Zorn, guru dell'avanguardia, per gradire: "Una musica potente ed espressiva che spazza via totalmente ciò che molti gruppi fanno in questi giorni ". Nel 2026, hanno concerti in tutta Europa. I veneti Messa sono al quarto album, The Spin, arrivato a sorpresa nella classifica top 15. Possono ricordare, nel suono, mostri sacri come i Black Sabbath. Il tocco originale, oltre alla voce femminile, sono le fughe sorprendenti in altri generi all'apparenza inconciliabili (il jazz fa capolino in qualche assolo di chitarra). Suoneranno a Milano tra qualche giorno: tutto esaurito da mesi. Si esibiscono in festival storici come il Roadburn e incidono per un'etichetta leggendaria, l'americana Metal Blade Records. Nel 2026, tappe in tutta Europa e un salto negli Stati Uniti. Anche i torinesi Il ponte del diavolo richiamano i Black Sabbath e il cosiddetto stoner rock, alla Queens Of the Stone Age. L'etichetta (mitica) Season of Mist ha appena pubblicato il nuovo, acclamato disco della band: De Venom Natura. Voce femminile, testi esoterici, accelerazioni improvvise e coinvolgenti. Dal vivo sono una furia. Anche loro, nel 2026, saliranno su parecchi palchi, in Italia e in tutta Europa. Anche loro sono stati invitati al Roadburn.

E siamo rimasti nell'ambito del rock e del pop. Con il jazz e la contemporanea potremmo aggiungere altri nomi apprezzati nei cinque continenti.

Se pensate di non riuscire a opporre resistenza a Sanremo, non vi resta che applicare il famoso proverbio: "Se non puoi batterli, unisciti a loro". Formate un gruppo d'ascolto, comprate molte birre, preparate i pop corn, cantate le cover del venerdì sera, e spegnete il senso critico per una settimana. Forse è davvero divertente. Forse.

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