"Anche nel tunnel della quasi-morte vogliamo giustizia"

L'autore di «Presenza oscura» racconta la sua indagine ai confini della vita

La paura è sempre presente, nei libri di Wulf Dorn, specializzato in thriller psicologici ad alto tasso di adrenalina. In Presenza oscura (Corabaccio) al centro della narrazione sono i cosiddetti stati di premorte percepiti dalle persone in coma.

«Nei thriller spiega il cinquantenne autore tedesco - la morte è una presenza costante. Qualcuno viene assassinato o minacciato, e ciò è il presupposto per una storia avvincente. Ma che cosa significa in realtà morire ed essere morti? Non ci piace affrontare questa domanda, soprattutto perché non abbiamo risposte chiare e definitive. Quindi ci concentriamo sulla vita. Ma l'una non può esistere senza l'altra. Io stesso mi sono negato a lungo questa verità. Anche se ho affrontato numerose perdite e mi sono dovuto congedare da persone care, non ho mai voluto riflettere seriamente sulla mia morte».

Poi è successo qualcosa che le ha cambiato la vita...

«Dopo una banale operazione al menisco, mi si è formato un trombo che il medico ha scoperto all'ultimo, quando il grumo di sangue stava già risalendo verso il cuore. C'è mancato davvero poco e se sono ancora vivo lo devo al bravissimo dottore. È stata la prima volta in cui mi sono reso conto della mia mortalità. Da allora vivo con più attenzione».

E ora usa in maniera diversa il suo tempo...

«Non rimando più le cose importanti. In fin dei conti nessuno sa quanto tempo gli resta da vivere. È interessante che proprio questa consapevolezza abbia accresciuto la qualità della mia vita, perché ora sono sempre più consapevole di che cosa sia davvero importante per me. E a un certo punto, quando arriverà il mio momento, spero di poter dire: Sì, ho avuto una buona vita. Credo dovrebbe essere l'obiettivo di tutti».

È vero che ha parlato con persone che hanno vissuto l'esperienza di premorte?

«Sì. Cerco di essere sempre molto scrupoloso nelle ricerche, per evitare di scrivere sciocchezze. Perciò ho letto tantissimi testi specialistici di medicina e psicologia e ho cercato di confrontarmi con gli esperti, in primo luogo con i medici che si occupano di questo. Così ho scoperto che esiste una branca della medicina che studia i processi fisici della morte, la tanatologia. Poi ho cercato anche di parlare con i diretti interessati, persone che avevano già vissuto la morte, per quanto possa sembrare paradossale. Il mio scopo era trovare persone di entrambi i sessi, di età diverse, con vari background culturali, credenti e atei. Inoltre, cosa per me importantissima, non dovevano conoscersi tra loro, per non influenzare a vicenda le proprie dichiarazioni. È stata una vera sfida».

Che cosa le hanno raccontato queste persone?

«Le loro storie si somigliavano in maniera sorprendente. Ognuno aveva vissuto la morte come una separazione dal corpo. Una giovane sosteneva addirittura di essersi vista sdraiata sul tavolo operatorio come se lei o la sua anima, o comunque la si voglia chiamare, si librasse sopra la scena. Vedeva i medici che cercavano di rianimarla, e poi ha avuto l'impressione improvvisa di dissolversi. Tutti avevano una storia diversa, altrettanto stupefacente. Alla fine mi hanno raccontato tutti di quel luogo oscuro. Una specie di tunnel nero in cui sembravano esserci altre persone. Ciascuno ha visto quella luce accecante che esercitava un'irresistibile forza di attrazione. Però sapevano che non sarebbe più stato possibile tornare indietro, se fossero andati verso quella luce. Inquietante, vero?».

Alcuni di questi fenomeni sono stati analizzati scientificamente?

«Certo, ma non tutti. Nel romanzo ho cercato di presentare, in maniera equilibrata, i fatti e le domande ancora senza risposta. In fin dei conti, ciascuno dovrebbe essere in grado di trovare per conto suo la risposta. Se mi chiede che cosa penso io, posso rispondere che non lo so. Non sono credente e ho un modo di pensare più che altro scientifico-analitico. In tal senso non credo a un'esistenza dopo la morte. Ma sarebbe un vero peccato se alla fine non rimanesse proprio niente di noi. Spero almeno che rimanga un buon ricordo di noi nei cuori delle persone alle quali vogliamo bene».

Ci può descrivere Nikka, la protagonista di Presenza oscura, e l'avventura che le fa vivere?

«Ha mai sentito l'espressione elevator pitch? Viene dal gergo degli sceneggiatori e descrive la seguente situazione: sei in un albergo di una grande città, ad esempio Los Angeles. Sali in ascensore e al piano superiore sale Steven Spielberg. Schiaccia il pulsante del piano successivo e tu hai al massimo trenta secondi per convincerlo della bontà del libro che stai scrivendo. Ti serve un cosiddetto pitch, un lancio efficace. Nel caso di Nikka sarebbe: Una ragazza rianimata cerca il suo assassino. Dunque Mr. Spielberg, casomai le capitasse di leggere questa mia intervista al Giornale, spero che questo possa convincerla. Con la mia editrice tedesca ha funzionato...» .