Bisogna rimettersi a parlare della vera Politica Anche a un Festival

Dino Cofrancesco

La proliferazione dei diritti può conciliarsi indefinitamente con le libertà liberali classiche - d'impresa, d'espressione, di stampa etc? L'Italia è uno dei Paesi più corrotti dell'Occidente o la corruzione percepita è ben diversa da quella effettiva? La globalizzazione e l'integrazione europea finiranno per essiccare le radici dello stato nazionale? Protezionismo e liberismo sono gli unici modelli di politica economica e quindi bisogna scegliere tra l'uno e l'altro giacché tertium non datur? La modernità è in rapporto a somma zero con la tradizione, sicché l'avanzare dell'una comporta l'isterilirsi dell'altra? La democrazia parlamentare è davvero in crisi e ci attende in un futuro prossimo un regime politico caratterizzato dalla democrazia diretta? La sinistra in Italia ha ancora un futuro, dopo aver perso le connotazioni sociali di classe e le posizioni ideologiche che, in un passato non lontano, erano state motivo di orgoglio e di identità etico-politica?

Sono queste le domande poste al centro del Festival della Politica che si svolgerà nei giorni 10 (sera) e 11 (mattina) a Santa Margherita Ligure. A organizzarlo è l'Associazione Culturale Isaiah Berlin, intitolata al grande filosofo liberale che trascorreva diversi mesi dell'anno nella cittadina rivierasca. Berlin è considerato il teorico per antonomasia di un pluralismo che nulla ha a che vedere con la melassa buonista e universalista oggi in voga: a segnarlo è la consapevolezza che «non c'è garanzia che i valori delle diverse civiltà, o nazioni, o individui, o perfino i valori di uno stesso individuo in tempi differenti, o addirittura nello stesso tempo, si armonizzeranno tra di loro». Ciò non esclude tuttavia la comprensione e il confronto tra valori diversi, al fine non solo di raddrizzare il tiro della critica politica ma, altresì, per essere sicuri che le posizioni estreme non siano distorsioni di esigenze autentiche da tenere in debito conto, se non si vuole che la dialettica politica degeneri in una guerra civile permanente. È difficile oggi in Italia avanzare serie riserve nei confronti di Bruxelles o mettere in luce la dark side della globalizzazione senza essere accusati di populismo, sovranismo, nazionalismo (e perfino di razzismo e di fascismo) ma è altrettanto difficile mostrare i vantaggi della nostra permanenza in Europa o far rilevare l'inarrestabilità dei processi di internazionalizzazione dei capitali e delle banche senza passare per reincarnazioni di Pangloss, il filosofo che, nel Candido di Voltaire, definiva il nostro il migliore dei mondi possibili. Certo, da una parte e dall'altra non mancano le estremizzazioni, non di rado caricaturali, delle rispettive scelte di campo: si pensi al «ributtiamoli in mare» che talora sfugge a certa stampa o alla tendenza a far di tutta l'erba un fascio (pentastellati e leghisti) che si registra nel quotidiano che un tempo definiva Berlusconi «l'amor nostro». Ma, per fortuna, ci sono politici e intellettuali che, pur rifuggendo da ogni cerchiobottismo, non si lasciano accecare dalle passioni di parte e sono disposti, pertanto, a confrontarsi con gli avversari sulle questioni cruciali riassunte nelle domande del nostro incipit.

L'Associazione Culturale Isiah Berlin li fa incontrare al Festival della Politica che tutto vuol essere tranne che quella fiera delle vanità di cui costituiscono la malinconica immagine altri festival liguri e nazionali (peraltro tanto strombazzati sui mass media).