Così Donoso Cortés "progredì" dal liberalismo al conservatorismo

L'attualità di un pensatore che esordì su posizioni quasi progressiste e finì controrivoluzionario

Così Donoso Cortés "progredì" dal liberalismo al conservatorismo

Nel 1851 il principe di Metternich, costretto ad abbandonare Vienna dopo i moti del 1848, abitava in sdegnoso esilio, a Bruxelles. Ormai ottuagenario e divenuto, suo malgrado, simbolo della reazione, quest'uomo d'antico lignaggio per mezzo secolo al centro della scena politica e dei salotti aristocratici, viveva come un borghese. La sua abitazione, tuttavia, era un punto di ritrovo per quanti, politici e intellettuali, volevano ascoltarlo e chiedergli consiglio: la sua fama di conoscitore dei segreti della politica era sopravvissuta al vento della storia, tant'è che persino l imperatore Francesco Giuseppe si recò a omaggiarlo.

Ad aprile di quell'anno, Metternich volle incontrare Juan Donoso Cortés (Don Benito, 1809 - Parigi, 1853), accreditato come ambasciatore di Spagna a Parigi. Di lui gli era nota la fama di scrittore e polemista. All'epoca, Cortés aveva da poco superato la quarantina. Appartenente a una aristocratica famiglia dell'Estremadura e discendente di Hernan Cortés, il mitico conquistador del Messico, Juan Donoso si era laureato giovanissimo, aveva intrapreso la professione dell'avvocatura nello studio paterno, si era dedicato all'insegnamento universitario, al giornalismo e alla politica per poi approdare alla carriera diplomatica.

Si era presto messo in luce come efficace oratore ed esponente di un liberalismo dalle sfumature progressiste. Questo affondava le radici nella tradizione razionalista e illuminista transitata in Spagna dopo la Rivoluzione Francese e divenuta egemone nel mondo universitario. Lettore curioso e infaticabile, Juan Donoso si era appassionato ai testi di Machiavelli e Rousseau, Voltaire e Helvetius, Gibbon e Constant: un calderone intellettuale, insomma, dove la tradizione realistica del pensiero politico conviveva con pulsioni illuministiche e derive romantiche. Poi c'erano state la crisi spirituale, l'amicizia con il polemista cattolico Louis Veuillot, le fratture con gli ambienti liberali e progressisti. Nominato gentiluomo di corte di Isabella II e ottenuti i titoli di visconte del Valle e di marchese di Valdegamas, si era dedicato alla filosofia della storia.

Di fronte agli eventi rivoluzionari che scuotevano la vecchia Europa, aveva cominciato a vedere nella rivoluzione la manifestazione di un male che aveva radici filosofiche. All'inizio del 1849, poi, aveva pronunciato in Parlamento un Discorso sulla dittatura in difesa dei pieni poteri attribuiti, dopo i fatti Madrid, al primo ministro Ramon Maria Narvaez. Simbolicamente momento di abbandono della fase «liberale» di Cortés, il discorso aveva una conclusione inequivocabile: «Si tratta di scegliere fra la dittatura dell'insurrezione e quella del governo: scelgo la dittatura del governo, come la meno pesante e ingiuriosa. Si tratta di scegliere tra la dittatura che viene dall'alto e quella che viene dal basso; io scelgo quella che viene dall'alto perché viene da regioni più limpide e serene; si tratta di scegliere, insomma, tra la dittatura del pugnale e quella della spada: scelgo questa perché più nobile».

Quando Metternich volle incontrarlo, Cortés aveva, dunque, fatto la nuova scelta di campo e aveva appena finito la stesura del suo lavoro più celebre, il Saggio sul cattolicesimo, il liberalismo e il socialismo che sarebbe stato pubblicato di lì a pochi mesi. L'intesa fra i due fu totale anche se essi erano molto diversi dal punto di vista intellettuale. Metternich, a differenza di Cortés, nutriva per la rivoluzione e il liberalismo una ostilità più «pragmatica che ideologica. Pure fu proprio lui a far tradurre in tedesco il «mirabile» saggio, nel quale così scrisse al diplomatico spagnolo «tutto è severo come il vostro pensiero e luminoso come la vostra intelligenza».

Le parti più significative del Saggio sul cattolicesimo, il liberalismo e il socialismo sono raccolte insieme ad altri scritti di Cortes nel volume Il potere cristiano (Oaks Editrice, pagg. XVI-318, euro 25; prefazione Fabrizio Grasso). Entrato di diritto fra i classici della storia del pensiero politico, questo saggio ha comportato l'inserimento dell'autore nel Pantheon degli scrittori controrivoluzionari francesi, accanto a De Maistre e De Bonald, a coloro cioè che il sulfureo Barbey d'Aurevilly avrebbe definito i «santi laici» della Chiesa di Roma. In esso Cortés sviluppava un discorso, metastorico e metapolitico, critico nei confronti della modernità e fondato sull'idea che la teologia, in quanto «scienza di Dio», dovesse essere comunque il punto di partenza o di riferimento anche per la politica o per le scienze sociali.

La critica che Cortés sviluppava nei confronti del liberalismo, dal quale pure era stato a suo tempo sedotto, prendeva le mosse dall'idea che la «scuola liberale» disprezzava «nella sua superba ignoranza» la teologia perché incapace di comprendere «lo stretto vincolo che unisce tra loro le cose divine e quelle umane, la grande parentela che le questioni politiche hanno con quelle sociali e religiose». Il liberalismo, in altre parole, non era in grado di comprendere che «tutti i problemi relativi al governo delle nazioni dipendono da quelli che si riferiscono a Dio, legislatore supremo di tutte le associazioni umane». Cortés aggiungeva poi che il socialismo era più coerente del liberalismo essendo una teologia: «Il socialismo è forte solo perché è una teologia satanica. Le scuole socialiste, per quello che hanno di teologico, prevarranno sulla liberale per ciò che questa ha di antiteologico e di scettico; e per quello che hanno di satanico soccomberanno davanti alla scuola cattolica, che è insieme teologica e divina».

La polemica di Cortès contro il liberalismo e la modernità, legata a una visione puramente teocratica della politica, non è certamente proponibile in un'epoca laica e secolarizzata. E non è un caso che le sue idee fossero piaciute talmente a Pio IX da essere riversate nel Sillabo, il documento di condanna, come incompatibili con la fede cattolica, di dottrine politiche come il liberalismo e il socialismo. Cortès, peraltro, ha trovato estimatori autorevoli. Come il grande giurista Carl Schmitt che in lui vide un precursore del suo «decisionismo» politico perché consapevole dell'imminente fine dell'epoca delle monarchie dovuta al fatto che i sovrani volevano essere tali per volontà popolare egli aveva finito per invocare, con un atto «decisionistico», la dittatura che è l'opposto della discussione.

Il raffinato e sarcastico barone Hübner definì Cortès «un anacoreta perduto nelle steppe della diplomazia, apostolo predicante ai selvaggi dei salotti, asceta sotto l'abito ricamato dell'ambasciatore». È una immagine colorita che sottolinea quel pessimismo esistenziale proprio della critica di Cortès alle ideologie rivoluzionarie, che era anche critica alla società ottocentesca della borghesia liberale, della «clasa discutidora» cioè, priva di slanci ideali e sempre indecisa. Fu proprio questa critica ad affascinare il «decisionista» Carl Schmitt, che nella politica vedeva una speciale categoria dell'attività umana ruotante attorno all'antitesi «amico-nemico». E non è neppure un caso che Cortès, suo malgrado, sia potuto apparire a taluni altri intellettuali, come per esempio ad Adriano Tilgher, una specie di profeta dei nostri tempi, lucido vaticinatore del totalitarismo moderno e dello statalismo ossessivo e livellatore.

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