Dagospia spegne 20 candeline tra scoop, gossip e tanto sesso

Il tempio del Cafonal dove convivono sacro e profano, dritto e rovescio, destra e sinistra e tanto sesso

Tanti auguri a te, tanti auguri Roberto D'Agostino, ovvero tanti auguri a Dagospia, la sua fantastica creatura, che compie venti anni. L'ultima volta che l'ho incontrato era a un aperitivo a Roma, a Piazza di Pietra, lui aveva uno dei suoi cani, gli ho chiesto «Cos'è, un labrador?» e lui mi fa: «E che te sembra Parente, un chihuahua?», e avrebbe risposto così anche al Presidente della Repubblica, è questo il bello di D'Agostino.
Altre volte l'ho visto a casa sua, una casa della madonna, madonna la Madonna e pure Madonna la cantante, i personaggi e i simboli da D'Agostino si mischiano sempre, un sincretismo di sacro e profano, ammesso esistano davvero un sacro e un profano: un crocifisso da una parte, un vibratore dall'altra, tra opere d'arte meravigliose, un Batman di Adrian Tranquilli in terrazza, bibelots di ogni tipo, scritte al neon, non sai dove guardare, un luna park del pensiero che si morde la coda rigirandoti il cervello, come Dagospia del resto.
E pensare che partì come impiegato di banca, ve lo immaginate D'Agostino in banca? Io con D'Agostino ci sono cresciuto, lo guardavo e leggevo da quando ero ragazzo, ma non sto a farvi la sua biografia, quella la trovate su Wikipedia: dalla carriera come deejay al giornalismo fino alla televisione, anche lì un precursore, già negli anni Ottanta era capace di ridurre tutto a uno stereotipo culturale, un Arbasino della cultura pop. Me lo ricordo quando mollò uno schiaffo a Vittorio Sgarbi (chi non lo ricorda? fu l'evento fondante del trash televisivo, che però rispetto al trash di oggi era l'Accademia dei Lincei), ma anche quando, al Maurizio Costanzo Show, lasciò senza parole perfino Carmelo Bene che continuava a ripetere di non esistere, a Roberto bastò una domanda fulminante: «Se lei non esiste, perché si tinge i capelli?».
È un pesce fantasmagorico che sa muoversi in ogni acqua e all'occorrenza anche uscire e inerpicarsi su vette improbabili, un computer con le gambe, come si definisce lui, che tra una cosa e l'altra organizza serate di musica sfrenata che fanno impazzire i giovani ma non manca mai a un concerto di opera lirica o all'inaugurazione di una mostra d'arte importante.
Nelle sue feste ci trovi di tutto, intellettuali, soubrette, personaggi dello spettacolo affermati, emergenti o tramontati, finanzieri, politici di ogni Repubblica, pornostar, al confronto la Factory di Andy Warhol era una roba limitata, da dilettanti. Trump non sarebbe mai andato a un party di Warhol, da D'Agostino ci andrebbe di corsa, magari trovandosi seduto vicino a Sasha Grey.
Se dovessi definirlo in qualche modo, lo definirei uno dei più importanti artisti contemporanei, perché D'Agostino ha seguito più o meno consapevolmente (ma dubito sia inconsapevole di qualcosa) il precetto di Marcel Duchamp: fare di se stesso un'opera d'arte. Ma come Duchamp non voleva essere stupido come un pittore, D'Agostino non ha mai voluto essere stupido come un artista, per questo ha un pensiero su tutto senza per questo essere un tuttologo.
È un'opera d'arte il corpo di D'Agostino, ricoperto di tatuaggi, il codino, il lungo pizzetto bianco, gli occhiali scuri sfumati, dal nero all'azzurrino, scarpe e giacche tra le più estrose e ricercate, un meraviglioso guru della commistione tra alto e basso. È un'opera d'arte vederlo discutere con politici a Porta a porta, temuto dagli altri ospiti più di qualsiasi giornalista o intellettuale. È un'opera d'arte quando si mette a fare libri, dal rarissimo Libidine, la guida sintetica a una vera degenerazione fisica e morale, con copertina gonfiabile, uscito per Mondadori nel 1987, ai più recenti volumi di Cafonal e Ultra Cafonal con il fotografo Umberto Pizzi che hanno mostrato la dissoluzione fisica e morale del vip.
È un'opera d'arte la sua trasmissione su Sky, Dago in the Sky. È un'opera d'arte infine, ovviamente, Dagospia, che riprende duchampianamente, come fossero dei readymade, articoli di giornale che nessuno ha voglia di leggere sui giornali e te li trasforma con i suoi formidabili titoli in stampatello in qualcosa di imperdibile.
C'è chi critica Dagospia quando sembra dire cose di destra e chi lo critica quando sembra dire cose di sinistra non avendo capito che non è né di destra né di sinistra, D'Agostino dà spazio a tutto e lo dagostinizza, Dagospia è un tempio della magnificenza e della decadenza del mondo occidentale, e in questo è indecifrabile perché ogni dritto può renderlo un rovescio. C'è chi lo critica perché dentro ci sono troppe tette e culi. Come se la vita non girasse intorno al sesso e il sesso non fosse tutt'uno col potere.
Insomma, cento di questi anni a Dagospia e a te, Roberto, sperando che tu nel frattempo non prenda dei chihuahua perché non vorrei sbagliarmi di nuovo.

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