Cultura e Spettacoli

Diretto e caustico sino all'ultimo

Senza peli sulla lingua faceva letteratura anche con una battuta

Diretto e caustico sino all'ultimo

Ci sono scrittori che vivono nelle pagine dei loro libri. Antonio Pennacchi no. Pennacchi nei libri ci metteva a forza la vita, ci premeva quella esplosione di parole che scaturivano improvvise da sotto i baffi e da sotto il berretto.

Anzi, nei libri innestava volontariamente il freno a mano. Come spiegò una volta proprio su qeste pagine: «Ho riscritto Il fasciocomunista perché io cerco di spiegare concetti complicati nella maniera più popolare possibile. E non è detto che in questo processo ci si riesca al primo colpo. Io lavoro per i posteri, come è giusto per uno scrittore e rileggendomi non ero soddisfatto sul piano formale. Io lavoro ad una ricomposizione anche linguistica». Ma la ricomposizione, e per fortuna, è arrivava meno, in certi casi, e da lì la frase folgorante a là Pennacchi.

Un florilegio di espressioni forti a cui lui stesso cercava di mettere un freno. Come disse nel 2007: «Uno scrive libri e non se lo fila nessuno. Poi un giorno manda affanculo Vattimo e te vengono a cercà tutti». Ma era logico che uno Pennacchi andasse a cercarlo anche per sentire cose che normalmente non si dicono. Pennacchi era Pennacchi anche parlando di Neanderthal, su cui aveva scritto un libro: Le Iene del Circeo (e sapeva tutto). E già l'avrei fatto infuriare solo con l'«H» di Neanderthal. «Neandertal si scrive senza acca. Il nome della valle vicino Düsseldorf in Germania, dove nel 1856 furono rinvenuti per la prima volta i resti... si scriveva con l'acca solo in tedesco antico... Neanderthal è sbagliato».

E di cose sbagliate Pennacchi anche negli ultimi mesi, senza infingimenti, ne ha indicate un bel po'. Stava dalla parte dei rider come ha spiegato a Rolling Stone: «Ah regà, io sono classe operaia! Ma che, scherzi davvero? Ma devono unirsi, perché ci sarebbe da incazzarsi sul serio». Un po' meno dalla parte dei critici: «Sull'estetica sono crociano. Quindi contrario alla critica dei generi. Non esistono i generi letterari, esistono i libri belli o i libri brutti».

Sulla politica era davvero stanco di essere tirato per la giacchetta e quindi non si contavano i suoi «Grazie di non avermi chiesto di Renzi», «Grazie di non avermi chiesto di Salvini». «Preferirei parlare del libro... intendo, se proprio mi devi intervistare...». E ancora: «Io sono fuori da tutto, ma prima di tutto un operaio che si è fatto scrittore». Poi però alla fine qualcosa doveva pur dire, visto che non lo si lasciava parlare di libri. E da lì allora una lettera aperta alla Meloni: «Cara Giorgia ti prego: dite di sì all'unità nazionale... Basta coi nemici usque ad mortem». Voleva essere sintesi in un Paese in cui la sintesi è difficile: «Volete lasciare alle nuove generazioni solo i buffi?» (parlando a La Stampa).

Ma spesso di Pennacchi, che era vitalismo allo stato puro, si è preferito cristallizzare la macchietta, come ridurre Chaplin a Charlot che inciampa sul bastone. Una volta parlando con lo scrivente del Fasciocomunista si fece serio serio: «Per cortesia non mi faccia parlare in romanesco come fanno sempre quando mi intervistano...». Come allora garantiamo che Pennacchi non usava coloriture dialettali a meno che non fossero vita che diventa parola e, poi, grande scrittura.

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