Evelyn Waugh racconta la "giovinezza permanente" da cui nasce la letteratura

«Autobiografia di un perdigiorno» è un potente affresco di un'età che l'autore ha sempre rimpianto

Una volta compiuti i sessant'anni, Evelyn Waugh cominciò ad accorgersi che la noia stava prendendo il sopravvento sulla vita. Non che fino ad allora non si fosse annoiato, tutt'altro, e il viaggiare come lo sbronzarsi, lo scrivere come lo sposarsi, persino l'arruolarsi e il farsi paracadutare oltre-Manica erano stati i tanti modi con cui la vita aveva combattuto e sconfitto la noia, tutte battaglie di una guerra che si rivelava però interminabile, un po' come le guerre di successione, di religione, dei trent'anni Era stato una vecchia amica a metterlo in allarme, avvertendolo che agli occhi di molti era diventato noioso: «È stato per me un fatto traumatico. Certo, tutti siamo noiosi per qualcuno, ma ne siamo consapevoli. Il punto cruciale è quando non ci se ne rende più conto e questo significa che non ne vieni più fuori».

Ancora una volta, ma sarebbe stata l'ultima, perché tre anni dopo un infarto se lo sarebbe portato via, Waugh si rimise idealmente in uniforme per meglio difendersi da questo indomabile nemico, e decise di metter mano alla propria autobiografia, un qualcosa che un autore intriso di autobiografismo come lui sapeva essere un genere pericolosissimo: molto, in maniera traslata, era stato già detto, molto, in forma diretta, non poteva essere scritto, molti erano già stati i resoconti pubblicati da altri, i vecchi compagni e amici di quella che era stata una giovinezza bohémien, perché non si corresse il rischio della ripetizione: sempre la stessa storia, insomma, e quindi, che noia...

C'era infine un ostacolo quasi invalicabile: La difficoltà risiede nel fatto che non sono abbastanza interessato a me stesso confiderà a un'amica: il protagonista dei suoi romanzi, che parlasse in prima o in terza persona, era sempre stato un io molteplice, un insieme nutrito di tante parti e vivificato da uno stile inconfondibile quanto personale, ma qui, in carne e ossa, c'era solo Evelyn a raccontare solo la sua storia, e ancora e sempre, dunque, che noia

Sia come sia, Waugh alla fine ne venne a capo. A Little Earning uscì nel 1964, il primo di una serie prevista di tre volumi, segno che il suo autore ci aveva preso gusto. La morte decise altrimenti. Inedito in Italia, viene ora pubblicato con un titolo più comprensibile e accattivante, Autobiografia di un perdigiorno (Bompiani, 364 pagine, 28 euro), scelto da Mario Fortunato che ne è anche l'eccellente traduttore, oltre a essere il curatore editoriale dell'opera di Waugh (è singolare però che nello spiegare in nota un riferimento di Waugh a SakiMunro, Fortunato definisca quest'ultimo «scrittore omosessuale». In quest'ottica di genere, par di capire, Virginia Woolf è una «scrittrice lesbica», James Joyce uno «scrittore eterosessuale», Bruce Chatwin uno «scrittore transgender»).

Ambientato in un arco di tempo che dalla nascita arriva al venticinquesimo anno d'età, eccezion fatta per un primo capitolo dal sapore vagamente araldico-genealogico, gli antenati, Autobiografia di un perdigiorno ripropone ciò che era stata la maledizione insieme la benedizione della letteratura inglese nata nel primo Novecento, ovvero la scuola, dal college all'università, come una sorta di Eden eternamente rimpianto. Non a caso, fin dalla prima pagina Waugh ci tiene a far sapere che «il futuro è la più noiosa delle prospettive». Non a caso, già suo fratello Alec, di cinque anni più grande, aveva esordito, non ancora diciottenne, con un libro che si chiamava The Loom of Youth, l'incombere della giovinezza. Non a caso Evelyn, riferendosi a quelli della sua generazione, ne difenderà «lo spirito di corpo come unica realtà rimasta», attirandosi le rampogne del quarantenne Wyndham Lewis: «È perfettamente ovvio che il signor Waugh quando non è più una gioventù non sarà appesantito dalla lealtà per tutto quello che è vecchio». È insomma una sorta di «teoria dell'adolescenza permanente», secondo la definizione di Cyril Connolly, un altro degli amici-compagni-conoscenti di Waugh, ad aleggiare nel libro, la giovinezza come racket, banda a parte e persino professione, il giovane come «eterna promessa» Sempre, e infine, non a caso, Autobiografia di un perdigiorno si conclude con il venticinquenne Waugh che di fronte al fallimento esistenziale a cui certamente lo conduce il suo tentativo di sbarcare il lunario come professore in una scuola di provincia, mediti il suicidio per annegamento. Ha persino lasciato un biglietto d'addio, dove ha riportato in greco un verso di Euripide: «Il mare guarisce tutti i mali degli uomini». Quello in cui sta nuotando verso la propria fine di rivelerà però pieno di meduse

Figlio di un uomo di lettere che lavora nel campo dell'editoria, in Autobiografia di un perdigiorno Waugh ci lascia anche un agrodolce ritratto paterno. Apparteneva, osserva, a una generazione, nonché a una categoria, che senza scadere nell'«effimero giornalismo», aveva troppo rispetto per la letteratura «per puntare all'immortalità». Amavano i libri, semplicemente, «una categoria che, al pari delle zie zitelle, si è quasi estinta». Dopo, osserva ancora Waugh, è venuto il turno «di quelli che lavorano per i quotidiani popolari, intervistando gli scrittori piuttosto che recensendone le opere; ci sono quelli che fanno gli incantatori televisivi; ci sono i critici patentati di professione col loro irto linguaggio gergale e i gusti modesti; e poi ci sono gli impostori che non dovrebbero scrivere affatto, però viaggiano fra un convegno internazionale e l'altro discutendo sul ruolo dello scrittore nel modo contemporaneo».

Scrive giustamente Fortunato che una delle chiavi del libro è la reticenza, il che se è la figura retorica per eccellenza del romanzo novecentesco è però la pietra tombale di ogni autobiografia degna di questo nome. Di questa reticenza Waugh è talmente consapevole «da negare quasi fino all'ultima pagina del proprio racconto autobiografico la sua incoercibile vocazione di scrittore». Al suo posto c'è l'aspirante pittore, il disegnatore di copertine e di ex libris che sostituisce l'adolescente «presuntuoso, privo di cuore e certamente malevolo» che è stato, un concentrato, come appare dai suoi diari scolastici, «di notevole ignobiltà». Il risultato finale è il fondatore del Corpse Club, ovvero del Club dei Cadaveri, il socio dell'Hypocrites Club e dell'Oxford Railway Club, luoghi, frequentazioni e incontri ad alto tasso di nicotina e di alcol e con preferenze sessuali più omo che etero, su cui Waugh stende un velo pudico, che aiutano meglio a definire quegli anni alla metà dei venti da lui stesso ribattezzati un Indian Summer: «Al tempo in cui arrivai io, i più giovani si erano reimpossessati dei college. Per un solo lustro vivemmo e parlammo come i nostri predecessori di dieci anni prima». Ciò che popola questa estate indiana è un tipo umano «che non riesce a recidere il cordone che lo lega all'università e continua a esserne posseduto negli anni a venire». È per certi versi la creazione di un'altra classe sociale quella che Waugh racconta in queste pagine, una comunione di anime legate da un gergo, un codice comportamentale, un modo di vestirsi, minoritaria, ma a suo modo inespugnabile e destinata però alla resa incondizionata perché il nemico non è esterno, è interno: è la giovinezza che se ne va e non la si può far tornare indietro. È passata, e non hanno fatto a tempo ad accorgersene. Non sarà il reale di un'autobiografia a riportarla in vita, e Waugh lo sa benissimo. È anche per questo che si scrivono i romanzi.

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