Il festival del cinema ci fa vedere la musica al ritmo dei videoclip

Inaugura la sezione con i migliori mini-film che accompagnano le canzoni

Il festival del cinema ci fa vedere la musica al ritmo dei videoclip

Il 1 agosto si festeggerà un avvenimento importante per gli appassionati di cultura visiva e musica. Quel giorno di quarant'anni fa, era il 1981, il canale MTV lanciava sul palinsesto televisivo americano una programmazione interamente dedicata a piccoli filmati, quasi tutti intorno ai 4 minuti, per accompagnare con immagini e storie il singolo di successo di una band pop e rock, strategicamente pensata per attrarre un pubblico giovane poco interessato alla televisione. Un fenomeno ben sintetizzato dal titolo del ricco saggio di Domenico Liggeri, Musica per i nostri occhi, uscito nel 2007. Diversi critici si sono occupati di un fenomeno nato di massa e modificatosi nel tempo privilegiando non raramente il taglio autoriale. Video Killed the Radio Stars, il tormentone dei Buggles, fu l'apripista e il manifesto dell'impetuosa rivoluzione dolce di MTV e dei tanti canali tematici proliferati negli anni '80 anche a livello locale. Qualcosa di cui ebbero a discutere intellettuali-guida di quel decennio, a cominciare da Jean-François Lyotard, curatore della mostra Les Immateriaux al Centre Pompidou di Parigi nel 1985: a proposito dell'immaterialità dell'opera d'arte, il filosofo francese vedeva nel videoclip una delle forme ideali della condizione postmoderna a partire proprio dalla rappresentazione del corpo. In Thriller, il clip-capolavoro diretto da John Landis per Michael Jackson, si esprimeva una fisicità distante dai modelli tradizionali per una corporeità fluida e disidentitaria. Il mito dell'androginia o dell'eterna giovinezza, inframezzata da citazioni da film horror di serie B, ovvero la storica mescolanza tra alto e basso, sono questioni non ancora del tutto esaurite nel lascito immaginifico del presente, nonostante l'industria discografica di oggi sia solo un lontano parente rispetto ai favolosi ed esplosivi anni '80.

Il video resta certamente un'eredità di allora. Il quarantesimo compleanno avrà fatto il suo, aggiungiamoci anche la mancanza di concerti live, è comunque evidente che di musica per occhi si continua ad aver bisogno e voglia. E se pure un festival cinematografico così radicalmente autoriale come Pesaro ha inserito in programma una sezione dedicata al clip italiano, non storica ma attuale, sembra davvero significare che questo linguaggio non sia del tutto esente da una dimensione artistica, o quantomeno ne contiene rimandi. Non è la prima volta da quando è direttore, che Pedro Armocida allarga a Pesaro il campo di osservazione alle nuove forme ibride o para-cinematografiche. All'edizione numero 57 dello storico Festival (appuntamento dal 19 al 26 giugno) il videoclip è attore protagonista nella sezione Vedomusica che comprende la personale di UOLLI, regista e autore friulano considerato tra i più inventivi (sabato 26 giugno alle 15) e i sei film selezionati da un contest che apriranno la programmazione serale intorno alle 21.

All'anagrafe UOLLI fa Tomas Marcuzzi, classe 1978, esperto nelle pratiche grafiche e digitali declinate nella scrittura e nella regia a fianco della scena indipendente italiana. Una selezione piuttosto ampia che comprende, tra gli altri, lavori per Brunori sas, Max Casacci dei Subsonica, Populous, Amari, BowLand e Meg. Attenzione cromatica degna di un pittore, perfetta gestione dello spazio, capacità di passare da atmosfere rarefatte a toni ironico-vintage (Mambo reazionario di Brunori sas in particolare è un piccolo capolavoro di collage reinventato sulle pagine ingiallite di un vecchio numero di Epoca), lo elevano al rango di specialista, come era accaduto tra anni '80 e 90 ai grandi del clip internazionale, Spike Jonze, Michel Gondry, Chris Cunnningham, Mark Romanek.

Dai sei video del contest si intuisce che l'estetica del presente non può non tener conto dei profondi cambiamenti del gusto giovanile, anche se discutibili per noi vecchi, a cominciare dal trionfo dell'auto-tune che rende le voci tutte molto simili e sessualmente indefinite (scusate se non trovo espressione migliore). Così Mahmood canta come David Blank & PNKSAND e come Mace, con la partecipazione di Blanco e Salmo. Rap, Soul e Indie fusi in un agglomerato pop orecchiabile e da classifica. Prodotti impostati sul gender fluid a sua volta adattato allo stile delle sfilate di moda secondo il guru di Gucci Alessandro Michele: all'occhio più avvertito non sfuggirà che Mahmood cita a piene mani il PostHuman degli anni '90, con protesi artificiali alla Matthew Barney, mentre ne La canzone nostra (Mace e amici) il bianco e nero di derivazione punk sfocia in un elegante e artefatto clima da seduzione impossibile, quella dei nostri tempi insomma.

Ci si diverte e molto con Musica leggerissima, forse il miglior pezzo italiano del 2021, di Colapesce e Di Martino trasformato in un'esilarante commedia da Zavvo Nicolosi, e con È bello perdersi degli Extraliscio, regia di Elisabetta Sgarbi, strizzate d'occhio a Wes Anderson e ai Leningrad Cowboy (soffermarsi sulle scarpe). Funzionano perché sono a modo loro dei classici, girati con stilemi anni '80. Roba che continua a piacere.