Il film del weekend: "Grand Budapest Hotel"

Una commedia visivamente affascinante ed elegantemente demenziale, dotata di finezza tecnica e tempi impeccabili, per gli amanti dell'intrattenimento ricercato

Il film del weekend: "Grand Budapest Hotel"

Wes Anderson, autore di cult come "I Tenenbaum", è un regista i cui lavori sono molto riconoscibili perché presentano un'impronta creativa personale davvero marcata. Il suo ottavo film, "Grand Budapest Hotel", non fa eccezione ed ha per protagonista un leggendario albergo che sorge in una località termale di fantasia nell'immaginario stato alpino di Zubrowka.

Ispirata alle storie e memorie dello scrittore viennese Stefan Zweig, la pellicola narra, attraverso un lungo flashback che ci porta nel 1932, di Gustave H (Ralph Fiennes), il concierge dell'hotel, e del suo fidato amico, il fattorino Zero Moustafa (Tony Revolori). Quando una cliente affezionata, l'ottantaquattrenne contessa Madame D. (un'irriconoscibile Tilda Swinton), muore in maniera improvvisa e misteriosa lasciando in eredità un dipinto dal valore inestimabile proprio a Gustave, quest'ultimo, osteggiato dal figlio della donna, Dmitri (Adrien Brody ), viene ben presto accusato di averla uccisa. Per tale motivo, una volta impossessatosi della tela della discordia, a Gustave non resta che fuggire assieme al giovane Zero. I due avranno alle calcagna un ispettore di polizia (Edward Norton) e un killer (Willem Dafoe) assoldato da Dmitri.

Sotterfugi, inganni e rocamboleschi inseguimenti donano alla vicenda un ritmo incalzante e una comicità ipercinetica d'antan, eppure, sullo sfondo, è sempre tenuta desta la consapevolezza che ci troviamo in epoca prebellica, il che conferisce al film una certa tensione drammatica. Quello rappresentato è un mondo immaginario a tratti fiabesco ma che conserva molti riferimenti alla realtà, nella fattispecie all'incedere della barbarie nazista che mette fine a un'epoca di spensieratezza di cui Gustave è una sorta di ultimo esponente.  Personaggio pieno di contraddizioni, cortese, leale e generoso eppure anche vanesio, pignolo oltremisura e talvolta arrogante, il nostro concierge è interpretato magistralmente da Ralph Fiennes. Altrettanto valida è la performance dell'esordiente Tony Revolori nei panni di Zero, un ragazzo innocente ma sveglio, capace di restare spassosamente impassibile di fronte alle situazioni più astruse. 

La pellicola ha l'allure di certe commedie Anni '30 anche grazie al contributo di una costumista vincitrice di tre premi Oscar, Milena Canonero, che ha creato abiti ispirati a costumi d'epoca ma con colori e fogge bizzarre. Si tratta di un film speciale, pieno di allegria e incanto, in cui tutto è sopra le righe e nessun dettaglio è lasciato al caso: il punteggio musicale di Alexandre Desplat, ad esempio, ricorre a strumenti tipici come il cimbalom moldavo e i corni alpini. Il sottofondo agrodolce, l'imponente progettazione e la lussureggiante stravaganza rendono questa commedia forse il titolo più sperimentale e ambizioso della filmografia di Anderson. L'estro atipico e un po' sofisticato di certo cinema può non convincere tutti, ma è indubbio che "Grand Budapest Hotel", con il suo cast di stelle hollywoodiane trasformate in maniera pittoresca (oltre ai già citati ci sono Bill Murray, Jude Law, Owen Wilson, F. Murray Abraham, Léa Seydoux, Harvey Keitel e Jeff Goldblum), strappi più di un sorriso. 

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