"L'amaro far niente" dell'ozio letterario ci tiene compagnia

Oblomov e des Esseintes, Catone e Kenko Hoshi. Ecco le pagine da cui non tenere le distanze

Il «dolce far niente», di colpo, con l'imperversare del virus ha subito una mutazione: è diventato l'«amaro far niente». Ma qui sorvoliamo sugli aggettivi. Stiamo fermi, quasi immobili, all'interno della nostra cella-cellula di api operaie in cassa integrazione o in una solidarietà che non può, non deve solidarizzare nel vero e unico senso della parola, stiamo fermi, dicevo, al concetto del «far niente». Ozio, inerzia, solitudine, asocialità forzata. Anche per chi, in condizioni normali, fa dell'asocialità una scelta meditata, a margine della moltitudine, ma non suo nemico. Siamo l'esatto contrario dell'Uomo della folla del racconto di Edgar Allan Poe. Quel signore è un solitario, se non addirittura un misantropo, eppure non può vivere se non all'interno della massa, vorrebbe star da solo, ma non gli è concesso, il suo demone lo ha condannato a quella pena tremenda. Forse il genio di Poe ha in lui prefigurato l'odierno hater da tastiera, solo, ma contro tutti, perché essere contro è l'unica modalità che conosce per stare con.

Sorvoliamo anche, nelle nostre letture da reclusi, su un altro capolavoro del povero Edgar, La maschera della morte rossa, per porre un freno al pessimismo. Piuttosto convochiamo a casa nostra, in una virtuale reunion letteraria, i campioni dell'ozio che, acquattati sugli scaffali delle biblioteche, sotto una sottile coltre di polvere, si prendono la rivincita, trasformandosi, da eroi negativi che erano, in modelli di distanziamento sociale. Sono come Il Riccardo della canzone di Gaber, «che da solo gioca al biliardo./ Non è di grande compagnia/ ma è il più simpatico che ci sia».

Il primo ad arrivare, teletrasportato dal suo divano volante, è persino diventato un sostantivo, «oblomovismo», a significare l'apatia, il fatalismo, l'indolenza tipica dei russi nella prima metà dell'Ottocento. L'Oblomov di Goncarov si crogiola infatti nella sua quarantena volontaria, pur essendo geneticamente asintomatico di fronte a tutte le sollecitazioni della vita, e lo fa per evitare seccature, negli affari e in amore. Vive di rendita, procrastinando ogni scelta, ogni decisione. Persino lui ne uscirà, in qualche modo, ma, tornato alla normalità borghese, perderà ai nostri occhi gran parte del suo fascino fatto di inettitudine e tedio.

Ma ecco che arriva una mail dalla Francia, da Fontenay. È quell'orso estetizzante di Jean des Esseintes. Si rifà vivo dopo tanti anni. Lui prova gusto, contrariamente all'uomo della folla di Poe, ad andare Controcorrente, eterodiretto dalla penna di Joris Karl Huysmans. Se l'isolamento di Oblomov è precauzionale, quello di Jean vuole essere un atto di rivolta, una rivoluzione fra i velluti della ridondante dimora di campagna, lontano, avrebbe detto Pasolini, dal «trasumanar e organizzar» dell'incasinata Parigi. Siamo sempre nel XIX secolo, terreno fertile per i progressi in ogni campo, soprattutto in quelli che riguardano produzione e consumazione di beni, e conseguentemente fertile anche per il regresso scelto da chi, con cent'anni di anticipo, già sente odore di uomo a una dimensione. Jean legge, beve, si prende cura delle piante. Ma la sua unica compagnia, la memoria (quella Memoria maiuscola che fra poco un altro francese, Marcel Proust, saprà domare e rendere amica), si rivela, appunto, insidiosa come una pestilenza ad personam, trascinandolo nella malattia mentale, un prodotto destinato a diventare genere di consumo.

E quindi, amici, compagni di sventura, naufraghi sulle zattere in un mare che ci nasconde l'orizzonte compassionevole del porto, chi potrà darci un barlume di speranza? Ci vorrebbe la lezione di un antico maestro, di un saggio...

Eccola, viene da Roma, e da molti anni prima che dal laboratorio di Qualcuno uscisse Suo Figlio in forma di vaccino miracoloso. Un colombo si posa sul filo che regge i panni stesi ad asciugare sul balcone. Ha un foglietto arrotolato e legato a una zampa. È il messaggio del vecchio Catóne. Lo chiamavano «il Censore» per via della sua proverbiale severità, ma sapeva essere anche generoso e altruista. Infatti scrive: «Dagli uomini grandi ci si aspetta che sia grande non soltanto il loro modo di esercitare negotia, ma anche quello di comportarsi negli otia». Noi che grandi non siamo, vorremmo almeno conservare la dignità, sul campo di battaglia, e quando, come ora, non è tempo di negotia, facendo di necessità virtù dobbiamo arrabattarci con gli otia.

Ogni mondo è paese, nel bene e nel male. E anche dal lontano Giappone medievale giunge una guida in pillole, simile al bugiardino di un farmaco risolutore, ma di là da venire. Si chiama Tsurezuregusa, e in effetti il nome sembra quello di una medicina. Significa Ore d'ozio o Saggi sull'ozio. L'ha compilato un monaco, Yoshida Kenko, nel XIV secolo della nostra era. Vi leggiamo: «Sarebbe una vita invidiabile quella di rinchiudersi dentro casa, sì che non si sappia nemmeno se ci siamo oppure no, e si trascorressero così i propri giorni senza nulla attendere, invece di risolversi per un'avventata tonsura, come spesso fa chi è provato dalla sconforto per l'avverso destino. Il Secondo Consigliere Akimoto ebbe a dire: Bello sarebbe, da innocente, guardare la luna dell'esilio!. Sento che è proprio vero».

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