L'"impolitico" che la destra amava (non corrisposta)

Tradizione, Nietzsche, antimodernismo e Patria. Tutte le parole del "radicale" che superava gli steccati

L'"impolitico" che la destra amava (non corrisposta)

Se ne è andato il maestro dei maestri. Anzi si è «asciugato» come ha detto il fratello, trasformandolo immediatamente in una di quelle icone auree che amava disegnare in una delle sue tante vite artistiche. Battiato il mistico, l'ascetico, l'alieno, l'aristo-hippie che parlava serenamente della sua fiducia nella reincarnazione di fronte a masse sbigottite, ma anche Battiato il trasversale, l'impolitico, come si direbbe oggi il non divisivo. Almeno stando a giudicare dalla pioggia unanime di cordoglio che da ieri mattina scende sulla sua casa-rifugio di Milo, sulle pendici dell'Etna, dove si era trasferito con lo spirito di un Padre del deserto. Dal presidente della Repubblica a Vasco Rossi, da Matteo Salvini a Enrico Letta, da Antonio Tajani a Nicola Fratoianni passando per Giorgia Meloni.

Eppure Battiato non era impolitico. Lo ha pure fatto, il politico, come assessore al Turismo e allo Spettacolo della giunta Crocetta. E ricordiamo anche come è finita quella breve storia: con una sparata incomprensibile sulle «troie» in Parlamento e le conseguenti e comprensibili dimissioni. A pochi anni prima risale la canzone Inneres Auge, un'invettiva antiberlusconiana dai toni violenti e sguaiati. Prima, a parte qualche presa di posizione a favore dei Radicali di Marco Pannella e della Rosa nel Pugno di Emma Bonino, c'è solo tanta buona musica.

Eppure tra Battiato e la destra, sottotraccia, scorre una storia d'amore. Non corrisposta. Mai esplicitata. Un amore custodito gelosamente nella sfera privatissima delle potenzialità.

Perché se Battiato non era impolitico, non era neppure engagé. Non si è mai messo al sicuro nei caravanserragli della canzone impegnata e di protesta, mai si è nascosto dietro uno scudo politico. Negli anni Settanta, mentre tutti cantavano di rivoluzione nel nome delle ideologie del secolo precedente, lui navigava attraverso i suoni elettronici, esplorando la musica dei decenni successivi. Era già in un'altra dimensione. E questo suo essere «altrove» rispetto al cantautorato impegnato, lo rendeva interessante e unico. E poi ci sono i testi, i riferimenti, le ambientazioni. C'è la Tradizione, con la «T» maiuscola, che affiora in tutta la sua opera, da L'era del Cinghiale bianco a Il Re del Mondo, canzone ispirata all'omonimo libro dell'esoterista francese René Guénon. Ci sono le citazioni di Nietzsche quando il filosofo tedesco era ancora innominabile. C'è l'Occidente che tramonta spenglerianamente. C'è la critica a una modernità straniante che ci trasforma in insetti e rozzi cibernetici Signori degli anelli e anche quella alle visioni marxiste e capitaliste del mondo («La falce non fa più pensare al grano, il grano invece fa pensare ai soldi», Magic Shop 1979). E poi, negli anni '90, poco prima delle stragi di mafia e della fine della Prima Repubblica, se ne esce con quella canzone-appello che scomoda quelle sei lettere che ancora oggi molti faticano a scandire: Patria. Ed è proprio con Povera Patria che l'artista tocca l'acme dell'impegno sociale e va, questa volta sì, oltre ogni categoria politica.

Battiato era quindi di destra? Assolutamente no, come ha avuto modo di dire più di una volta. Ma era talmente libero e vorace di contaminazioni da poter intingere il suo pennello - senza paura - nella tavolozza di qualunque immaginario filosofico e spirituale. Per questo suo pensiero forte una certa destra aveva e ha un debole per lui.