"Leggiamo perché la vita non ci basta. E all'autobiografia serve la finzione"

Lo scrittore è candidato al Lattes Grinzane con "L'ultima intervista"

Ogni romanzo è un colpo di genio e non solo per stile o struttura: Eshkol Nevo è un campione di sincretismo concettuale. Trova il nodo che tiene insieme flussi narrativi e personaggi e disegna, pagina dopo pagina, un sistema. È stato così per Tre piani (Neri Pozza), il romanzo ambientato fuori Tel Aviv in cui una casa diventa metafora delle nevrosi umane, al punto che un genio della nevrosi come Nanni Moretti lo ha scelto come soggetto per il suo ultimo film. E quest'anno con L'ultima intervista (Neri Pozza, pagg. 416, euro 18) mette a segno il colpo che molti scrittori hanno solo sognato: autointervistarsi e rispondersi, forse scavando a fondo in una intimità mai rivelata nemmeno nei romanzi, forse mentendo spudoratamente. Chi può dirlo? Il romanzo, candidato alla decima edizione del premio Lattes Grinzane insieme alle opere di Giorgio Fontana, Daniel Kehlmann, Valeria Parrella, Elif Shafak, vedrà Nevo (in lockdown in Israele, non viaggia da febbraio scorso) ospite virtuale oggi del Teatro Sociale di Alba, dove verrà annunciato il vincitore.

Qual è il ruolo della verità, della finzione e della menzogna nei suoi romanzi?

«La vita vera non è abbastanza per noi. Ecco perché leggiamo. E questa è anche una delle ragioni per cui scrivo. Ogni volta che faccio il tentativo di scrivere qualcosa che sia una verità storica, una specie di grande magnete dentro di me mi attira verso una verità più profonda, che può essere raccontata soltanto attraverso la finzione. L'ultima intervista ha lo stesso mix di autobiografia e finzione di Tre piani: eppure, quando ho iniziato a scriverlo, in un gioco con me stesso volevo solo scrivere la verità su di me. Ma poi...».

Quindi qual è lo scopo di un libro come L'ultima intervista?

«Volevo che questo libro fosse una chiamata all'onestà. Dopo averlo terminato, i lettori avranno voglia di comportarsi onestamente con i loro amici e con le persone che amano. Mentre scrivevo, sapevo che mi stavo assumendo un rischio, che stavo facendo una cosa davvero pericolosa - personalmente e artisticamente - e quello per me era un segno: il segno che stavo facendo la cosa giusta. Il libro è stato già pubblicato in quattro Paesi e sono felice di dire che le persone (uomini o donne, giovani o vecchi) reagiscono a questo romanzo in modo molto forte. E alla fine si fanno le stesse domande che nel libro è l'autore a farsi».

Su che cosa non scriverebbe?

«Delle mie figlie. Perché ho promesso loro che non lo farò».

La casa è al centro di molta della sua narrativa. Che cosa lei considera casa: uno specifico appartamento, i libri, la famiglia, Israele?

«In un certo senso, ovunque ci sia il mio laptop, quella è la mia casa. A un livello più profondo però, credo che qualcuno che ha cambiato così tante case, che si è trasferito così tante volte fin da quando era bambino, non possa mai sentirsi del tutto a casa. E sia sempre pronto a trasferirsi di nuovo».

Lei appartiene a una nuova generazione di israeliani, come descriverebbe questa identità nascente?

«Chi lo sa? Che cosa è alla fine una generazione? Quando comincia davvero e quando finisce? Dietro a ogni possibile generalizzazione, noi amiamo, facciamo del male, ci sentiamo soli nello stesso, eterno modo».

Che rapporto ha avuto con Nanni Moretti come regista della sua storia in Tre piani?

«Quando lui lesse Tre piani, forse pensava fosse un libro a proposito di altro: passione o un punto di vista sulla vita di coppia. Non so quali suggerimenti dia la resa cinematografica del romanzo. Le prime scene che ho visto sono intime, tipiche di Moretti: sono curioso del prodotto finale. Mi sento un privilegiato per la sua scelta, e sono curioso di vedere che cosa ha scoperto del mio libro che io non sapevo di aver inserito».

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