Quella lunghissima guerra a colpi di strade e indirizzi

Governi e politici da sempre vogliono controllare i nomi delle vie e le mappe. Ma non è un vezzo...

Le strade e gli indirizzi non sono una cosa neutra. Non lo sono mai stati. Giusto per fare un esempio dopo il Risorgimento e l'Unità d'Italia moltissime strade, magari con nomi molto neutri ma dalla lunga storia, sono stati rapidamente sostituiti da corso Mazzini, viale Vittorio Emanuele II, Piazza Cavour, Corso Garibaldi. Scelte sedimentate oggi, ma non sempre neutre all'epoca. Sai che gioia per qualcuno originario di Bronte passare ogni giorno in piazza Nino Bixio. Ogni rivoluzione che passa, ogni guerra, vinta o persa, cambia i nomi delle strade e questo si sapeva. In Italia non sono mai mancate le battaglie per tenersi via Stalin o levare via Almirante e viceversa. Ci fu anche chi riuscì a far arrabbiare tutti con l'idea della via bipartisan: Almirante/Berlinguer. E di questo si discute moltissimo anche in questa fase dove, nel nome del politicamente corretto, si ragiona sul levare questa o quella strada. Per questo il libro Deirdre Mask, avvocatessa afroamericana che scrive per giornali come il New York Times e il Guardian, è diventato da subito uno dei motori del dibattito internazionale. Ora è stato pubblicato anche in italiano per i tipi di Bollati e Boringhieri; Le vie che orientano. Storia identità e potere dietro ai nomi delle strade (pagg. 396, euro 25).

Il libro della Mask è enormemente stratificato quindi, anche se ovviamente è stato preso a bandiera da quelli che vorrebbero scalpellare via pezzi di storia, non può essere affatto ridotto a quel tema.

Ad esempio, prima ancora di parlare di vie bisognerebbe parlare di indirizzi. Per secoli gli indirizzi non sono esistiti e andare a cercare una persona in una grande città, come l'antica Roma, si trasformava in una sorta di rimpiattino. Oggi gli effetti di questa mancanza possono essere devastanti: l'ambulanza non ti trova, le lettere nemmeno, senza indirizzo non si riesce neppure ad avere una carta d'identità. Può sembrare ridicolo, ma il problema affligge milioni di persone sulla Terra. La Mask racconta due casi molto distanti tra loro. Uno è quello del West Virginia, una zona estremamente selvaggia e dai grandi spazi. Nessuno si è mai posto il problema di dare un nome alle vie, figurarsi i numeri. Pompieri, polizia, chiamate d'emergenza. Spesso chi deve non trova le persone, tutti la posta devono ritirarla all'ufficio postale a chilometri di distanza. Ecco che allora lo Stato si è impegnato in una mappatura completa delle vie. Tutti contenti? No, presi dalla fregola hanno dato alle strade nomi assurdi. Voi vorreste abitare a «Beer Can Hollow» (la «Valletta della lattina di birra»)? Ma al di là di questo c'è anche chi si è posto il problema che avere un indirizzo significa essere sempre sorvegliabili dal governo, tassabili, investiti da pubblicità indesiderata.

E gli indirizzi sono iniziati proprio così: anche come uno strumento voluto dall'alto per il controllo centrale delle persone. Chi non è libertario, il problema non se lo porrà; gli abitanti del West virginia e la Mask sì.

Molti abitanti di Calcutta invece di problema se ne pongono un altro. Vivono in degli slum in cui non esistono numeri civici, nomi di vie, nemmeno quelle che noi considereremmo delle vie. In questo caso la priorità è rendersi identificabili per poter avere quanto meno la copertura sanitaria. È dovuta intervenire una Ong che utilizza un sistema Gps per creare indirizzi univoci. Per migliaia di persone è un servizio fondamentale, anche per ottenere cose banali come un conto in banca. Così scoprite, seguendo le pagine del libro, che uno degli sforzi più notevoli in corso sul pianeta è quella di inventare un sistema di indirizzi che vada bene per tutti. C'è una start up What3words, che vorrebbe utilizzare un sistema di tre parole per identificare ogni punto della terra, tre parole per una griglia fatta di quadrati di 3 metri che definiscano tutto il pianeta. Incubo o sogno? Lo vedremo. Certo ogni Paese ora usa il suo sistema e questo porta ad effetti non sempre semplici a livello commerciale. Ci sono poi persino le eccezioni nazionali, basti pensare al sistema numerico a insulario che Venezia ha mantenuto dai tempi dell'amministrazione austriaca.

Ecco la vera guerra per le strade è soprattutto questa, sospesa tra tradizione, libertà dei cittadini ed efficienza. Giusto per dire, il medico che riuscì per primo a mappare la trasmissione del colera a Londra nel 1854 fu John Snow. Altro che miasmi come credevano tutti, la malattia si prendeva attraverso l'acqua infetta dei pozzi neri. Lui riuscì a dimostrarlo attraverso la mappatura degli indirizzi dei malati.

Sì poi ovviamente nel libro si parla anche molto della battaglia per i nomi delle strade, dell'uso politico che se ne fa. Ad esempio largo spazio è dato al caso di Benjamin Israel, ebreo afroamericano che a Hollywood Florida ha combattuto per anni per cancellare la strada dedicata a Nathan Bedford Forrest (1821-1877), piazzata in mezzo al quartiere afroamericano della città che si chiama Liberia. Forrest, generale confederato molto brillante nell'uso della cavalleria, è altresì famoso per essere stato tra i fondatori del Ku Klux Klan e per il fatto che le sue truppe, nella battaglia di Fort Pillow, massacrarono la guarnigione nordista accanendosi particolarmente sui soldati di colore (crocefissi, bruciati vivi). Tutte cose che a lungo negli Usa sono state messe sotto un tappeto. Però Mask non è ideologica e spiega bene come il fatto che in Sud Africa qualcuno voglia dedicare una strada all'attivista nero Andrew Zondo, che mise una bomba in un centro commerciale uccidendo 5 persone tra cui un neonato, crei comprensibilmente il risentimento di molti. E ha intervistato Werner Human, avvocato di AfriForum che difende i nomi delle vie e gli indirizzi in Afrikaans, e fatto i conti con l'evidenza che in Sud Africa essere bianco può non essere facile. Perché trovare equilibri tra storia, morale e politica è sempre difficile e Mask lo sa. Poi purtroppo in questa grande complessità c'è sempre chi penserà che cancellare via Cristoforo Colombo sia una bella idea per poi, magari, tenersi per ignoranza Via Bava Beccaris.

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