“Mank”: quintessenza del cinema immortale, quello con un passato e un futuro

Forma perfetta e contenuti intelligenti, il nuovo film di David Fincher è l’impeccabile espressione di un lessico cinematografico da età dell’oro. Per cultori della settima arte attenti all’attualità

“Mank”: quintessenza del cinema immortale, quello con un passato e un futuro

Esce oggi, su Netflix (che ha il merito di averlo prodotto concedendo massima libertà creativa), Mank di David Fisher (già regista di “Seven”, “Fight Club”, “The Social Network”), uno dei film più affascinanti dell'anno. Un’opera che non solo celebra la Hollywood dei ruggenti Anni 30, ma vi ritorna virtualmente e rende onore al dimenticato Herman Jacob Mankiewicz (un Gary Oldman da statuetta), lo sceneggiatore di “Quarto Potere” il cui nome non compare nei titoli di coda del capolavoro di Welles.

Difficile pensare a qualcosa di più ricercato, forte di una confezione vintage e di contenuti pieni di rimandi sia alla storia del cinema sia al mondo attuale.

Candidature virtualmente già prenotate in numerose categorie ai prossimi Oscar, questo fulgido esempio di pellicola “vecchio stile” non avrebbe probabilmente visto la luce senza il supporto del colosso dello streaming, paradosso questo che oramai non fa più notizia, considerato il precedente di “Roma” di Alfonso Cuaron (primo Leone d’Oro targato Netflix). La fruizione della settima arte, del resto, sta cambiando proprio come raccontato in “Mank”, la cui compagine temporale e culturale vede i grandi Studios alle prese da un lato con gli effetti della Grande Depressione, dall’altro con l’avvento del sonoro.

Costretto a letto a seguito di un incidente automobilistico, Mankiewicz (che si fa chiamare Mank) lavora alla sceneggiatura del primo film del giovane Orson Welles (Tom Burke). Per ultimare la stesura nei 60 giorni impostigli, ha nella dattilografa inglese Rita (una deliziosa Lily Collins) l’aiuto che gli serve. Essere “in trappola”, in un isolato ranch della Carolina del Sud, è l’occasione di dedicarsi al lavoro stando lontano da vizi che per lui sono di lunga data, come quello dell’alcool e del gioco. Sarà concentrandosi in particolare sull’incontro passato con due figure come il magnate della stampa William Rundolph Hearst (Charles Dance) e la sua giovane amante Marion Davis (una Amanda Seyfried mai così brava), che Mank delineerà i personaggi protagonisti di “Quarto Potere”.

Sceneggiatura scritta dal padre del regista nei primi anni '90, “Mank” è drammaturgicamente elegante ed elaborato. Non è un vero biopic, né un omaggio puro al cinema (svela molti altarini della sua industria), né racconta appieno la genesi del film più iconico di sempre. Semmai è un “gigantesco groviglio” di tutte queste cose, per citare una definizione che compare nel girato.

Una scrittura di grande acume, fatta di dialoghi affilati e di un fiume di citazioni, si sposa qui a un’estetica retrò unica, dando luogo a un vero viaggio nel tempo. Esperimento tanto audace quanto riuscito, “Mank” sembra realmente un film preso dagli archivi della UCLA e restaurato in digitale. L’opera, lussuosamente fotografata in bianco e nero, presenta piccole false bruciature di pellicola (aggiunte in post-produzione), dissolvenze teatrali e un sonoro talvolta distorto (la classe di fingere “saltino i rulli”).

Sullo sfondo ci sono le sale vuote a causa della depressione economica e i tagli degli stipendi, in primo piano, invece, il viale del tramonto di un genio borderline.

Autodistruttivo come solo chi ha un talento scomodo sa essere, il Mank dell’ancora una volta eccelso Gary Oldman è un eccentrico dall’intelligenza provocatoria. Lotta contro il demone della dipendenza da un lato e, emulo di Don Chisciotte, contro i mulini a vento del Sistema, dall’altro. Insensibile all’autorità e propenso al dileggio divertito, incarna (complice l’alcool) la variabile impazzita in un ambiente che non perdona.

Fincher non indaga soltanto i meccanismi del cinema e della narrazione: attraverso un caleidoscopio di personaggi insoddisfatti, delinea sia lo spaccato di un’epoca sia le regole immutabili alla base delle relazioni sociali mondane e, più in generale, del potere. Va in scena una Hollywood ipocrita e senz’anima, mera macchina monetaria, in cui la connivenza tra politica e media plasma il futuro socio-culturale di un’intera nazione.

Si fa dunque una critica feroce e attualissima ad un cinema che da sempre vive tra due fuochi, quello sacro dell’arte e quello diabolico del sistema industriale (spesso al soldo di interessi di parte).

"Mank", autoreferenziale in un modo forse fin troppo cerebrale, può essere respingente per gli spettatori non cinefili. Denso di citazioni visive (di “Quarto Potere” e non solo), avaro di emozioni a buon mercato e non facile da seguire se davvero se ne vuole cogliere appieno la complessità concettuale ed estetica, il film fa della sua coltissima meccanicità e della struttura metanarrativa (“una girella alla cannella”) il proprio, per taluni ostico, marchio di eccellenza.

Indubbio che una grammatica cinematografica dai così alti padri simbolici, anche riprodotta su schermo piccolo, caratterizzi qualcosa la cui visione è irrinunciabile.

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