L'ultima lezione di Martino

Nella introduzione al libro di Francesco Patamia, l'economista passa in rassegna i guai italiani e propone soluzioni radicali

L'ultima lezione di Martino

Esattamente un secolo fa nasceva la celebre rivista di cultura politica Rivoluzione liberale, fondata da Piero Gobetti. Cent'anni dopo, potremmo dire che in Italia di rivoluzione liberale ci accontenteremmo anche di una ventata! c'è bisogno persino più di prima. Scarsa produttività, un fisco gravoso e troppo complesso, politiche economiche affidate a mere logiche statalistiche o paternalistiche, una burocrazia in cui è impossibile orientarsi, un sistema giudiziario più incline a creare scandali che a curare le ingiustizie. Questi sono solo alcuni dei nodi irrisolti del nostro Paese che oggi, a valle della pandemia da Covid-19, dobbiamo affrontare con serietà per cercare di porre nuove fondamenta per il futuro. Questo è quello che tenta di fare, con lucidità ma anche un pizzico di ottimismo, Francesco Patamia nel suo libro. E nel farlo parte dall'analisi di un problema annoso del nostro Paese: quello del sistema giudiziario. La nostra Costituzione nasce in un momento storico complicato, in cui le forze politiche principali non avevano alcuna esperienza pregressa con le regole in democrazia liberale. Democristiani e comunisti cercarono gli accordi necessari per arrivare alla conclusione di un testo condiviso, ma da entrambe le parti la consapevolezza su cosa fosse realmente e come funzionasse una democrazia liberale scarseggiava. I costituenti, al fine di garantire la magistratura da intromissioni di natura politica che ne distorcessero la natura, hanno dotato i giudici di una serie di immunità a presidio della loro indipendenza. Queste misure di protezione tutelano sì l'indipendenza della magistratura, ma al contempo impediscono di rimediare agli errori, intenzionali o non intenzionali, che questa commette. Una parte politicizzata e faziosa dei magistrati si è infatti avvalsa di queste garanzie per poter fare liberamente il proprio comodo politico: basti pensare a Mani Pulite. E il comportamento della magistratura nei confronti della politica è rimasto tale da allora. Un ulteriore effetto è che grazie a queste garanzie viene protetta anche l'indolenza dei magistrati: parte delle ragioni per cui i processi durano in eterno è che alcuni giudici non fanno il proprio lavoro. Essi sono, infatti, i primi ad avere la consapevolezza di essere al riparo grazie alle tutele di cui godono: come osserva correttamente Patamia, è sufficiente dare uno sguardo alle statistiche sulle valutazioni positive emesse dal CSM per capire che a pagare le disfunzioni della giustizia è tutta la popolazione fuorché la magistratura. Parliamoci chiaro: abbiamo un sistema giudiziario che nelle classifiche internazionali viene dopo quello del Ruanda. Ora, che l'Italia abbia un ordinamento giudiziario che insegue quello di un paese che si trova in fondo alle classifiche mondiali di ricchezza e sviluppo mi sembra davvero oltraggioso. Un vero e proprio processo riformatore non potrebbe che partire da un'effettiva separazione delle carriere tra magistrati e Pubblici Ministeri. Sarebbe un fatto di civiltà giuridica. In tutti i paesi civili del mondo il Pubblico Ministero è un avvocato, viene cioè visto come un elemento di parte e non come elemento terzo, al pari dell'imputato. Il Pubblico Ministero non è parte terza (come potrebbe essere neutrale?), non può dunque e non deve essere un magistrato, bensì la parte che rappresenta l'interesse dello Stato. Per questo la separazione delle carriere sarebbe un passo importantissimo. Tuttavia, non la vedo come una possibilità di prossima realizzazione ed anzi temo che il blocco di ferro della magistratura contro questa necessaria e irrinunciabile riforma ne impedirà ancora per molto tempo la oggettivizzazione.

Una giustizia lenta è anche un deterrente ai nuovi investimenti, soprattutto internazionali: è questo uno dei tanti temi avanzati nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che in materia di giustizia ha avviato un processo riformatore che almeno sulla carta mira a realizzare obiettivi decisamente ambiziosi. In genere sono propenso a ritenere che finirà con un compromesso che consenta a tutti di sostenere la riforma, perché è il modo più ovvio di raggiungere la maggioranza. Sul tema dell'efficienza, ad esempio, sarebbe utile fare un confronto tra la rapidità con cui vengono risolti i casi amministrativi dai Tribunali Amministrativi Regionali e dal Consiglio di Stato e i tempi della magistratura ordinaria. Questi ultimi sono astronomici, sia per l'indolenza di quei magistrati che fanno impunemente il loro comodo, sia per le pedanti complicazioni allo svolgimento del processo introdotte per via legislativa. Seppur non intenzionalmente, si è fatto di tutto per rendere la giustizia lenta. Ma una giustizia lenta non è giustizia, perché se per assolvere un innocente ci vogliono anni di dolorosi processi, nessuna forma di ristoro potrà realmente rimediare alla sofferenza e ai costi sopportati in quel lasso di tempo. Ho conosciuto persone, anche distanti dalle mie opinioni, che sono state rovinate da questa magistratura. Un illustre esponente politico democristiano, al massimo della sua carriera, è stato sbattuto in galera e tre anni dopo rilasciato per mancanza di indizi, senza neanche che fossero consultate le carte in base alle quali lo avevano arrestato. È evidente che si tratta di un clamoroso abuso, per non dire di un crimine. Personalmente, e nonostante tutto, io credo nella magistratura indipendente, credo anche nel valore non solo morale ma economico e politico della magistratura, ed è per questa ragione che ferisce vedere come è ridotta l'amministrazione della giustizia in Italia.

C'è poi il tema del fisco, un problema ancora del tutto irrisolto nel nostro Paese. Ma non si può parlare di fisco senza parlare di debito pubblico, che, a causa della sua mole, gioca un ruolo importante nel frenare politiche di vera defiscalizzazione. Il debito pubblico è conseguenza di quella che io un tempo ho chiamato «democrazia acquisitiva»: un sistema per acquisire, se non proprio acquistare, consenso da parte dell'opinione pubblica. È questo sistema che fa crescere in maniera incontrollabile la spesa pubblica. Oggi siamo arrivati al punto di avere un rapporto tra spesa pubblica e reddito nazionale superiore al 50%: ciò significa che siamo schiavi dello Stato per la metà del nostro tempo. Se, infatti, mi ritrovo a dover consegnare il denaro che guadagno allo Stato, in qualche modo è come se lavorassi, gratis, per lo Stato. Un passo avanti potrebbe essere l'introduzione in Italia di una flat tax, che tra l'altro, contrariamente a quanto comunemente si pensa, non determinerebbe un abbassamento del rendimento fiscale, perché oggi il gettito delle imposte dirette, sia sulle società che sulle persone fisiche, è l'8% del Prodotto Interno Lordo. Quindi un'aliquota unica del 10%, che abolisca tutte le scappatoie, renderebbe di più di quanto rendono le moltissime e complicate imposte attualmente in vigore. La flat tax, se congegnata in maniera efficiente, sarebbe estremamente popolare e avrebbe come effetto quello di rilanciare l'economia, facendo guadagnare di più all'erario.

Seguendo il filo descritto dal libro di Patamia, in tema di grandi criticità italiane che potrebbero oggi trasformarsi in opportunità, non posso non fare un accenno al Sistema Sanitario Nazionale e a ciò che rappresenta nel nostro Paese, soprattutto in questi ultimi due anni segnati dal Coronavirus. Il SSN ci costa, facendo correttamente le valutazioni, 200 miliardi di euro all'anno, un quarto delle spese pubbliche, anche non statali. Ai 130 miliardi destinati effettivamente alla sanità occorre sommare il fatto che le Regioni hanno nel loro bilancio ben l'80% delle spese sanitarie che vanno aggiunte alla spesa sanitaria propriamente detta. Parliamo dei governi regionali, dei parlamentini regionali, delle agenzie regionali: se consideriamo che 50 miliardi sono destinati alle prestazioni non offerte dal SSN si giunge alla suddetta somma complessiva. Purtroppo ormai si è, di fatto, cristallizzata l'idea che, poiché esiste il Servizio Sanitario Nazionale, se ci ammaliamo è lo Stato a dover pagare le cure. In qualche modo la nostra salute sembra non appartenere più a noi individui, ma allo Stato. Se abolissimo le Regioni e riformassimo il SSN sulla base di un obbligo assicurativo per tutti, con certe caratteristiche prefissate dalla legge, avremmo un vantaggio. Sarebbe gratis per i meno abbienti, pagato in parte per i redditi medi e interamente per i redditi elevati. Otterremmo lo stesso risultato che abbiamo ora, o migliore, ma risparmiando almeno la metà dei soldi sprecati sul SSN e intervenendo allo stesso tempo su alcune importanti storture del sistema tra cui l'inefficienza e le tendenze allo spreco. Insomma, se è vero che Adam Smith ha sempre ragione, anche a distanza di più di due secoli dalla pubblicazione de La ricchezza delle nazioni, scritto, tra l'altro, con un umorismo delizioso e straordinario, il problema è che in Italia i suoi principi nessuno li vuole davvero applicare. Ho letto un'opera di Anthony de Jasay, filosofo ungherese che ho avuto il piacere di conoscere e di cui sono stato amico. Si era laureato ad Oxford, dove insegnò per un po' prima di lasciare l'università e mettersi in affari. Guadagnò molti soldi, che perdette con grande rapidità. Allora si ritirò dal business, si sposò in Francia e visse in Normandia. Ha scritto diversi libri, il più importante dei quali si intitola Lo Stato. Il libro inizia con un singolare quesito che l'Autore rivolge ai suoi lettori: cosa fareste voi se foste lo Stato? Segue una spiegazione sulla crescita dello Stato minimo e dello Stato democratico, ritenuti instabili. Nello spiegare questi processi, con fenomenali esercizi di logica, giunge infine all'ultimo capitolo, intitolato «Nella piantagione», che descrive l'inquietante immagine di un popolo di proprietà dello Stato, privato delle sue libertà. Tale processo di tracimazione del potere politico ai danni della società civile, lo abbiamo oggi sotto i nostri occhi: quanto abbiamo accettato e sacrificato per via delle misure anti Covid-19? Siamo stati privati di una serie di libertà essenziali: minime, ma importanti.

Se continueremo così, rischiamo davvero di diventare proprietà dello Stato come nell'opera di De Jasay. Purtroppo anche quei piccoli pezzi di saggezza liberale che ancora sopravvivevano nell'establishment italiano sono stati dimenticati, ed anzi abbiamo assistito a un progressivo ampliamento del potere della politica ai danni della società civile e della libertà individuale.

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