Le nevrosi del mondo si accampano in cucina

Alla fine degli anni '60 irruppe al teatro Lirico di Milano uno straordinario spettacolo che in pochi si curarono di giudicare nel suo giusto valore. Ma quel pezzo di teatro dal titolo La cucina, opera di uno scrittore emergente di rara vis polemica come l'inglese Arnold Wesker ci commosse fin nel profondo. Perché quella cucina da Grand Hotel nella quale si lavorava a ritmo forsennato rappresentava il mondo disumano della macchina-uomo destinato a produrre manufatti da ingurgitare prima ancora di vederli allineati nei piatti di portata. E ci ammoniva sulla precarietà della nostra giornata di eterne vittime della schiavitù. Anni dopo del testo si impadronì Lina Wertmüller in una regia da dimenticare prima che oggi fosse riciclata dal teatro di Genova in una bella regia di Valerio Binasco. Dove l'insidia che si temeva, ovvero presentare il retropalco di un ristorante come l'immagine di una rivoluzione tradita, viene brillantemente evitata a favore della spaventosa collezione di pietanze che mascherano il nostro fabbisogno quotidiano di sopravvivenza. Così, se all'orizzonte tramonta l'arcaica ideologia socialisteggiante dell'autore, oggi questo testo diventa l'immagine di un mondo devastato dall'apparenza (il cibo come valore assoluto). Di sorprendente attualità ora che tanta televisione e giornali ci presentano piatti e portate come nuovi intrattenimenti di massa. E tutto ciò grazie all'impegno del teatro genovese e dei suoi ventiquattro promettenti attor giovani. Successo.

LA CUCINA - Genova, Teatro della Corte.

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