La nuova "Età del ferro" chiede un nuovo accordo

Due saggi usciti negli Usa spiegano come siano ormai tramontate le illusioni di stampo «neocon»

Dopo il drone degli Stati Uniti contro il generale Soleimani, abbiamo potuto leggere tante analisi affrettate e superficiali a proposito di una supposta vocazione neocon dell'amministrazione Trump. Come il suo predecessore Bush junior, il presidente americano perseguirebbe un cambio di regime in Iran, secondo l'idea dell'esportazione della democrazia e degli Stati Uniti poliziotti del mondo.

Niente di più fuori luogo, come dimostrano due recenti libri su quella che possiamo definire, se non proprio la dottrina, la Trump strategy. Che ha rotto radicalmente con i neocon, molti dei quali persino passati con il Partito democratico, per adottare una strategia jacksoniana, dal nome del suo predecessore Andrew Jackson: gli Stati Uniti devono intervenire all'estero il meno possibile, e solo quando sono realmente minacciati gli interessi nazionali ed economici. Rispetto all'epoca di Bush jr. e di Clinton, ma anche di Obama, è cambiato tutto. Quella infatti era ancora l'età delle illusioni, come titola il libro di Andrew J. Bacevich The Age of Illusions. How America Squadered its Cold War Victory (Metropolitan Books) cominciata con la caduta del muro di Berlino, che aveva illuso gli Stati Uniti di poter controllare il mondo attraverso l'egemonia sulle istituzioni multilaterali.

L'età delle illusioni è anche quella della globalizzazione che, sul versante delle relazioni internazionali, ha prodotto un «neoliberalismo globalizzato». Al posto del vecchio consenso bipartisan della guerra fredda, retto da un cold war liberalism, si è affermato un nuovo liberalismo, fondato su un'idea di libertà che enfatizzava l'autonomia a detrimento della tradizione e i diritti al posto dei doveri. Per Bacevich, un intellettuale di punta della galassia conservatrice americana mai attratto dalla retorica neocon, quella politica è stata del tutto fallimentare, come dimostra la presidenza Obama. Da questo punto di vista quindi Trump appare assai meno una meteora e semmai il frutto del lavorio di tendenze critiche, presenti nel partito repubblicano, che per anni hanno contestato l'interventismo, il multilateralismo e il globalismo: Trump non ha fatto che raccogliere questa tradizione politica nel momento in cui quella liberale era fallita.

Se l'età delle illusioni è finita, da quale è stata sostituita? Secondo il politologo Colin Dueck, dall'età del ferro, come titola il suo libro, Age of Iron: On Conservative Nationalism (Oxford University Press), nel senso dell'Esiodo di Le opere e i giorni, un'età popolata di «gente mortale... potente e terribile». Una nuova età, dalle avvisaglie visibili nel periodo cominciato con la crisi del 2007-2008, ma inaugurata nel 2016 dalla vittoria del referendum sulla Brexit e dall'elezione di Trump. Fuor della metafora esiodea, l'età del ferro è quella del ritorno della politica di potenza, dello stato nazione, del nesso strettissimo tra politica (ragion di Stato) ed economia, dei dazi come strumento di politica estera: soprattutto è quella caratterizzata dal ritorno della figura del capo politico, che viene impropriamente chiamato «l'uomo forte». In questa età del ferro, in cui il realismo politico, come scrive John Mearsheimer, tende a sostituire il liberalismo, si forgia un conservatorismo nuovo e diverso rispetto all'epoca in cui la lettura condivisa del mondo si reggeva su una filosofia della storia progressista, un calco povero e ingenuo del positivismo ottocentesco, solo potenziato dall'ottimismo spinto dal dominio della tecnica.

Secondo Dueck, anch'egli un intellettuale di punta delle nuove tendenze nazional conservatrici, è Trump a incarnare perfettamente il leader dell'età del ferro, una strategia che in politica estera è fondata sull'alternarsi di escalation e di descalation: la prima serve a collocare gli Stati uniti da un punto di vista di forza per ottenere un deal, un accordo, a cui Trump vuol giungere con mezzi pacifici. Pur essendo stato il libro pubblicato qualche mese prima del drone americano contro Soleimani, in questa decisione abbiamo visto in azione proprio l'alternarsi di escalation e di descalation teorizzata da Dueck.

Entrambi gli autori, Bacevich e Dueck, sono convinti che, anche dovesse vincere un democratico nelle elezioni di quest'anno, il multilateralismo figlio del liberal-globalismo non tornerà più, e che anche un presidente di sinistra sarà spinto a seguire una politica nazionalista, come quella di Trump. Resta da capire se questa età del ferro sia un periodo di transizione verso un nuovo, e per il momento davvero inedito, scenario, oppure se sarà destinata a durare a lungo.

Commenti
Ritratto di Quintus_Sertorius

Quintus_Sertorius

Mer, 05/02/2020 - 14:01

Al neocon medio non frega niente né degli Stati Uniti, né di "esportare la democrazia". Il neocon medio non è neanche americano.