Il nuovo film Netflix Original racconta gli "Ultras" visti da dentro

Il mondo violento di un certo tifo organizzato, le sue contrapposizioni interne, i dogmi, i piccoli tradimenti: una famiglia allargata in cui il calcio è religione e pretesto per sfogare le proprie frustrazioni.

"Ultras", film italiano in uscita oggi su Netflix, racconta di Sandro (Aniello Arena), detto “il Mohicano”, leader del gruppo di ultras del Napoli. Appartiene alla generazione degli Apache, cinquantenni oggetto di daspo (il divieto di accedere alle manifestazioni sportive), che allevano all'amore per la squadra alcuni ragazzini in realtà desiderosi di soppiantarli e insofferenti alla propria subalternità. Sandro fa un po' da padre a una delle nuove leve, Angelo (Ciro Nacca), che anni prima ha perso il fratello in tafferugli contro una tifoseria avversaria. L'incontro con Terry (Antonia Truppo), donna bella e libera di cui l'uomo si invaghisce, è uno spartiacque: dedicandosi a lei, Sandro ignora il caos che avanza nel microcosmo della sua tifoseria e il fatto che si annuncino tempi estremamente pericolosi.

L'esordio nel lungometraggio di Francesco Lettieri, regista di video musicali per Calcutta, Nada, The Giornalisti e Liberato (quest'ultimo autore delle musiche originali del film) si avvale di ottimi interpreti e appare strutturalmente solido, seppur derivativo rispetto a titoli già di spicco in quello che è diventato un vero e proprio genere: "La paranza dei bambini", "Reality" e "Dogman", (tutti con Aniello Arena, l'attore qui protagonista), ma anche "La terra dell'abbastanza" e "Gomorra".

Lo stile registico, infatti, riprende in parte quello di Garrone e di Sollima così come le facce, i luoghi, l'uso del dialetto dei loro film.
E' significativo che in "Ultras" non ci sia quasi traccia del gioco del calcio. Se ne discute a malapena sfidandosi a carte in un bar, ma non ci sono nomi di giocatori, disquisizioni su partite, solo la voglia di fare banda e andare allo scontro. Perché quel che conta per questi individui ai margini, in trasferta o in casa, è essere parte di un gruppo che dia un senso alla propria esistenza. I figuri più anziani, con i loro tatuaggi da ergastolani e le magliette inneggianti "onoriamo i diffidati", detengono il potere di poter infliggere regole spesso esose ai più giovani, piccola manovalanza criminale nei cui sogni c'è di poter fare fuori regione quel che fanno nello stadio cittadino, ossia indossare passamontagna e lanciare bombe carta.

Gli attriti interni alla tifoseria nascono su divergenze spicciole, come quella di uno striscione realizzato prima di chiedere il parere dei fondatori, ma tutti sembrano impegnarsi nell'osservare rituali con atteggiamento fideistico. Quella degli ultras è una religione per certi versi tribale, pur nascendo in seno ad una metropoli, e c'è del romanticismo malinconico nell'asservimento totale alla maglia che fa loro sacrificare qualsiasi altro amore nascente. Nessuna relazione può oscurare minimamente quella con un simbolo per il quale si arriva a urlarsi in faccia alla distanza di un bacio tra colleghi di cori.

Sono quasi tutte persone ai margini che trovano ragione di esistere grazie ad una professione di fede, o meglio di fanatismo: col tifo cieco ed estremo riempiono il proprio vuoto interiore e, in mancanza di vere guerre da combattere, danno sfogo alla propria insoddisfazione con violenza, mettendo a ferro e fuoco uno stadio.

Il regista sta alla larga dall'analisi sociologica e critica così come dal rischio di mitizzare certe figure, lasciando che "Ultras" sia semplicemente il racconto di un piccolo mondo, con le sue leggi e le sue gerarchie, visto dall'interno. Un ambiente che non lascia scampo a causa dell'ortodossia intransigente che lo caratterizza. Non è un caso che il film inizi e si chiuda sulla veduta di una chiesa, anche se i fotogrammi finali spaziano sull'infinità del mare.

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