Ora Konchalovsky fa i conti con il comunismo più feroce

Tra scioperi e Kgb, "Cari compagni" racconta le follie dell'Urss nel 1962. Con molti dubbi e poche certezze

«O compagno, mio compagno / proteggi la patria a ogni costo» canta, con intento antifrastico, la protagonista del nuovo film di Andrei Konchalovsky, Cari compagni appunto. Siamo nell'Unione Sovietica del 1962 a Novocherkassk. La protagonista Lyudmila, splendidamente interpretata dall'attrice Julia Vysotskaya, anche moglie del regista, è una dei responsabili del partito comunista locale che si trova a dover fronteggiare uno sciopero degli operai di un'importante fabbrica di interesse nazionale. Cosa che, Nikita Krusciov, a capo dell'Urss, non poteva certo permettere: «Come è possibile uno sciopero in una società comunista?».

Ecco che interviene l'esercito e, naturalmente, il Kgb che, forse più realista del re, decide di aprire il fuoco sui dimostranti per disperderli dando poi la colpa all'esercito. Tra la vista dei morti e dei numerosi feriti, Lyudmila teme per la sorte della figlia che non trova più. In paese cala il gelo e, soprattutto, la consegna del silenzio «che è arrivato racconta il regista fino agli anni Novanta, dopo Gorbaciov. Per gli anziani abitanti di quel paese era un buco nero di cui non si poteva parlare. Metà del film è basato interamente sui racconti stenografici di chi aveva partecipato, raccontati in maniera così minuziosa che, mentre scrivevo il film, mi sono pure chiesto chi sarebbe poi andato a vederlo al cinema».

Presentato in concorso alla 77esima Mostra d'Arte Cinematografica di Venezia, Cari compagni è girato tutto in bianco e nero, con uno stile classico che predilige l'uso della camera fissa anche nelle convulse sequenze delle esecuzioni sommarie. La lettura politica della vicenda è implacabile perché mette in discussione l'applicazione del socialismo reale ricordiamo che le proteste di quegli operai erano scaturite dai prezzi dei beni di consumo sempre più alti e dalla riduzione dei salari e, in definitiva, racconta di come «il potere abbia un solo obiettivo: mantenere se stesso. Perché la storia è ciclica, non è che ci sia sempre un continuo e costante miglioramento. Anzi, ci sono sempre dei ritorni e, soprattutto, degli alti e bassi», dice Konchalovsky. Solo nel 1992 è stata avviata la prima inchiesta, che ha fatto scoprire come le vittime del massacro siano state sepolte in tumuli sotto falso nome o, peggio, in tombe di altre persone perché non venissero mai ritrovate.

I principali responsabili fra gli alti vertici governativi non sono mai stati giudicati perché erano già morti. Sottolinea il regista: «Volevo fare un film sulla generazione dei miei genitori, quella che ha combattuto ed è sopravvissuta alla Seconda guerra mondiale con la certezza che si potesse morire «per la Patria, per Stalin» e con una fiducia incondizionata negli ideali comunisti: milioni di persone che cercavano di fondare una nuova società e che invece hanno visto crollare i propri miti e traditi i propri ideali».

Accanto alla descrizione minuziosa di quei fatti, Konchalovsky aggiunge il dramma personale di una mamma che non trova più la figlia, desaparecida per qualche giorno. Tutto il film segue la protagonista che inizia un'affannosa e rischiosa ricerca senza sosta e senza quartiere nonostante il coprifuoco, gli arresti, la chiusura degli ospedali e dell'obitorio: «Per un attore racconta la quarantasettenne Julia Vysotskaya il fatto di portare tutto il peso di un film sulle spalle non è una sfida ma è un sogno. Anche precedentemente, in altri due film di Andrei, Paradise e La casa dei matti, ho intrapreso un viaggio speciale e non ci sarei mai riuscita senza il Maestro».

Ossia suo marito Andrei Konchalovsky che, a dispetto dei suoi 83 anni, si trova in una fase artistica molto vitale anche se il coronavirus e il lockdown non lo rendono molto positivo sul futuro: «Il cinema continuerà a esistere, magari cambierà un po' la forma con cui vedremo i film soli nei nostri letti ma mi preoccupa di più il mio amato teatro perché quello non si può proprio fare a casa da soli». Nell'incertezza comunque, il fratello di Nikita Michalkov, si è messo al lavoro su nuovi materiali: «Abbiamo raccolto video che le persone hanno registrato durante il lockdown e abbiamo iniziato a montarli per realizzare un film che, credo, sarà molto divertente».

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Commenti

blackbird2013

Mar, 08/09/2020 - 17:53

Interessante. Ma come mai voi giornalisti del Giornale non scrivete mai di fascismo ? di camerati? di squadrismo? Sarebbe altrettaneto interessante leggerVi.