Roberto Pertici e lo spirito conservatore come patrimonio della storiografia

Dai concetti di autorità e nazione al ruolo pubblico e sociale della religione

Prima di parlare del suo recente, ponderoso, volume La cultura storica dell'Italia unita. Saggi e interventi critici (Viella, pagg. 352, euro 34), va detto qualcosa di Roberto Pertici. Classe 1952, ordinario di Storia contemporanea all'Università di Bergamo, lo studioso viareggino è uno di quegli storici di cui si teme sempre di perdere la semenza. Laureatosi, con una tesi su Giovanni Amendola, sotto la guida di Giorgio Candeloro, dal 1992, anno in cui entra come ricercatore presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, lavora a stretto contatto con Roberto Vivarelli, del quale può considerarsi l'erede spirituale. Lontano dai riflettori massmediatici, Pertici non si è però limitato a scrivere su riviste accademiche come Storiografia, Nova Historica, Annali della Fondazione Ugo La Malfa, XXI Secolo, ma ha consegnato le sue riflessioni sul nostro tempo anche a quotidiani stampati oppur on line, come L'Osservatore Romano e L'Occidentale. Il liberalismo ottocentesco dell'Autore è profondamente legato al Risorgimento e allo Stato nazionale, ma allergico a quel laicismo anticlericale che dalle correnti democratiche e giacobine del secolo XIX trapassa nell'azionismo fino a produrre la tabula rasa del '68.

È emblematico quanto si legge, ne La cultura storica dell'Italia unita, sul trattamento riservato alla monumentale ricerca di Rosario Romeo su Cavour: «La biografia di Cavour fu accolta dalla storiografia e dalla cultura italiana con un sostanziale fin de non-recevoir: ottenne un successo di stima, ma non suscitò discussioni di rilievo. In sostanza fu letta da pochi. (...) il problema Risorgimento, che per un secolo aveva alimentato il dibattito pubblicistico, stava sbiadendo nella coscienza nazionale e nel discorso pubblico ed esso non sembrava più capace di trasmettere un'eredità valoriale, di fronte alla quale prendere comunque posizione. Non solo, ma nella svolta culturale degli anni Sessanta, dalla critica degli esiti del Risorgimento si passò facilmente alla dissacrazione di uomini e idee, che dell'eredità risorgimentale non salvò praticamente niente e nessuno (se non i soliti Cattaneo e Leopardi, cari a neo-illuministi e a materialisti di vario genere)».

I saggi raccolti in questo volume trattano dei temi e degli uomini più diversi - da Giovanni Gentile a Fortunato Pintor, da Antonio Anzilotti a Gioacchino Volpe, da Rosario Romeo a Marino Berengo, da Giovanni Miccoli a Luisa Mangoni, da Ernesto Galli della Loggia a Roberto Vivarelli - ma c'è un filo che li lega e che porta l'Autore a riconoscersi nella posizione culturale di Galli della Loggia e nel suo tentativo di «reintrodurre nel dibattito pubblico italiano alcuni temi del paradigma conservatore (il principio tradizionale di autorità, il tema della nazione, la polemica contro il relativismo etico, il ruolo pubblico della religione e la sua importanza nella coesione sociale)». A ben riflettere, è la costante attenzione alla dimensione etica e religiosa e al suo rapporto con la politica che unifica e segna tutti i capitoli del libro.

Commentando I caratteri dell'età contemporanea di Roberto Vivarelli, (edito da Il Mulino nel 2005), Pertici sottolinea come, nello storico senese, la passione intellettuale per Erasmo da Rotterdam, per i puritani di seconda generazione, per i teorici della tolleranza religiosa, per Lord Acton e il riconoscimento delle «benedizioni della modernità» - dall'emergere di istituzioni liberali nell'Inghilterra della fine del '600 e negli Stati Uniti di un secolo dopo - si accompagnasse a una non accettazione in toto dell'Illuminismo europeo e della Rivoluzione francese.

Ironizza: «Non è poi una bestemmia - parliamoci chiaro - porre in discussione quello stesso valore assiologico attribuito alla modernità: porne in risalto - se occorra - le ambiguità e le contraddizioni, e ritenere che la completa laicizzazione e la secolarizzazione, che sembrano emergerne, possano anche costituire un problema, non la soluzione di tutti i problemi». Di qui la presa di distanza nei confronti del pur ammirato Romeo che, a differenza di Francesco Ruffini, interessato alla religiosità di Cavour, considerava la dimensione della politica «non voglio dire l'unica ma certo la più alta per l'uomo moderno. Si potrebbe dire che fra Cavour e Ruffini da una parte, e Romeo dall'altra, c'era non solo lo scientismo positivistico successivo al 1870, ma anche il neo-idealismo crociano, e la sua concezione del liberalismo come religione dell'età moderna. Ma credo che Romeo sia andato anche oltre Croce, il quale, accanto alle potenzialità, avvertì sempre anche i rischi insiti nel processo di secolarizzazione della società europea e il cui temperamento liberale provava una diffidenza invincibile per l'uomo totus politicus».

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