Il romanzo su Fiume fa rivivere la radiosa rivoluzione (perduta)

Orlando Donfrancesco con stile futurista racconta i sogni e le speranze di una generazione che voleva cambiare tutto

Il romanzo su Fiume fa rivivere la radiosa rivoluzione (perduta)

Nel centenario dell'impresa fiumana, Orlando Donfrancesco pubblica il suo Sulla cima del mondo. Il romanzo dei ribelli di Fiume (Historica, 251 pagine, 18 euro), libera eppure fedele ricostruzione di un momento clou del nostro Novecento. Lo fa con uno stile simpaticamente futurista e mettendo in scena un personaggio d'invenzione, il giovane Saverio Gualtieri, reduce di guerra e in fuga da un'Italia borghese che si appresta a inghiottirlo come futuro avvocato e futuro marito. Demi-solde dell'età napoleonica in ritardo di un secolo, a Fiume Gualtieri riassaporerà il gusto dell'uniforme e dei colpi di mano, l'illusione fattasi realtà di un anno vissuto pericolosamente e insieme vorticosamente: amori e droghe, spie e ideali, amicizie e tradimenti. Finirà in tragedia, perché la festa fiumana non prevedeva il lieto fine, ma nel raccontarne lo svolgimento e l'epilogo, Donfrancesco è bravo nell'evitare la trappola della ricostruzione storica a posteriori e nel porre l'accento più sul vitalismo che sulle ideologie, «gli spiriti azzurri e belli» di un'estetica dannunziana in cui il suo creatore si ritrovava, in virtù della sorte, «principe della giovinezza, alla fine della mia vita»...

Ciò che da questo romanzo emerge è infatti proprio il fenomeno di costume che Fiume rappresentò, il suo essere paradigmatico di una occupazione come festa, di una rivoluzione come epifania di un nuovo mondo, di un modello comportamentale in grado di sfidare il tempo e riproporsi, come un fiume carsico, negli anni a seguire, ora interrandosi, ora di nuovo balzando in superficie. Sulla cima del mondo ci riconsegna insomma una vicenda politica raccontata in forma esistenziale. Che è poi l'unica che, oggi come oggi, possa realmente interessare.

A un secolo da quei fatti, a settanta dalla caduta del fascismo, a trenta dal crollo del Muro di Berlino sempre più ci accorgiamo come le costruzioni della politica si trasformino in cenere che ci scivola fra le dita: non facciamo a tempo a viverle che già sono dietro di noi, sono passate e non ce ne siamo neppure accorti. Continuiamo a pensare che resistano e invece sono già in frantumi. Ogni qualvolta torniamo con la mente a quando fummo in sintonia con un'ideologia e la sua manifestazione, ci accorgiamo che in realtà si affollano davanti agli occhi spezzoni di amicizie, fantasmi di amori, agnizioni e scoperte, memorie di libri, immagini di film, panorami e paesaggi con figure. Sempre più la politica si rivela un corteo di illusioni perdute e sempre più ci sorprendiamo a pensare che se invece di spiegarci la vita, di razionalizzarla e di interpretarla, avessimo provato a viverla, forse avremmo conosciuto la pienezza di una dolorante felicità. Fiume in fondo fu questo, la vacanza dalla storia e dalla politica, l'idea di poter fermare il tempo, di dilatarlo in modo che non ci fosse né passato né futuro, ma un unico immobile presente, senza fretta, senza l'ansia di sentirti sul collo il rantolo di ciò che era stato, né sul volto il soffio di ciò che poteva essere. Semplicemente immersi nella vita, lasciandosela scorrere addosso, nudi e benedetti dal sole, a cavalcioni di una balaustra come se si fosse sulla terrazza del mondo.

Tutto a Fiume congiurò nella creazione dell'irripetibile, del gesto che assomma e annulla etichette, consuetudini, modi di agire e di dire. Ognuno si veste come gli pare, inventa uniformi, inalbera copricapi, indossa babbucce e pigiami per andare in aereo o montare a cavallo... Ognuno ama come gli pare, amore mercenario, amore omossessuale, amore intellettuale, amore naturale... Ognuno sperimenta come gli pare, c'è chi fonda giornali, chi si dà alla speculazione filosofica, chi si esalta nelle discussioni, chi si immerge nella natura. Tutto è musica, danze, bandiere, proclami, dialoghi con la folla, adunate, sotto il comando di un principe della parola e dell'azione, un maestro del suono e del silenzio, un incantatore, un demagogo, ma non un truffatore.

Il fiumanesimo è stato il Leitmotiv, spesso inconscio, spesso inconfessato, che fa da sottofondo a tutte le successive rivolte e/o rivoluzioni intellettuali che poi seguiranno: dai figli dei fiori alla contestazione studentesca del maggio '68, dagli hippies agli indiani metropolitani, dalle comuni ai centri sociali agli attuali movimenti noglobal. Mischiati vi ritroviamo tutti quelli che ne furono gli elementi principali: la politica come rappresentazione scenica, la satira e l'ironia come arma, la ricerca di nuove alimentazioni, nuove mode di vestiario, nuove tecniche di conoscenza, l'ambientalismo, l'idea di un'economia alternativa, il rifiuto della morale e delle istituzioni borghesi, l'esasperazione della condizione giovanile, l'idea di una nuova alleanza fra Paesi poveri e/o in via di sviluppo. Il secolo della modernità e delle masse trova qui per la prima volta chi ne avverte la pericolosità e cerca di ridar loro un senso. Intravede nella prima la tendenza a trasformarsi da strumento in feticcio, nella seconda la tirannia della maggioranza, il peso schiacciante del numero.

«Questa città era stupenda, la mia giovinezza era al massimo, l'estate declinava lentamente con tramonti sfolgoranti sul mare». In questa frase dall'andatura di un verso uno scrittore come Comisso, che a Fiume era andato da volontario, racchiuderà il senso di un'avventura e di un'esperienza.

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