"Da Smilla a Susan, i miei eroi sono ribelli. Perché la libertà va sempre riconquistata"

Lo scrittore danese Peter Høeg racconta il lato più oscuro dei Paesi nordici. E non solo

Peter Høeg, scrittore danese celebre in Italia soprattutto per Il senso di Smilla per la neve (1994), non ama i riflettori. Preferisce parlare attraverso i romanzi. Ecco perché la sua presenza a Pordenonelegge - oggi al convento di San Francesco alle 11,30 con Paolo di Paolo - per presentare il suo nuovo lavoro, L'effetto Susan (Mondadori, pagg. 334, euro 19), è un'ottima occasione per scoprire qualcosa in più su di lui e sui suoi libri. A partire da quest'ultimo: un thriller la cui protagonista, Susan Svendsen, è una fisica quantistica e ha il dono (condiviso con i suoi familiari) di spingere gli altri a confessare segreti. Durante un viaggio in India viene accusata, insieme ai figli e al marito, di una serie di reati. Verranno tutti salvati da un funzionario danese. A una condizione: rintracciare i membri della misteriosa Commissione per il futuro, creata negli anni '70, e scoprire cosa contiene il loro ultimo resoconto, una previsione drammatica sul mondo di oggi.

E così, dopo che Høeg al telefono si è fatto spiegare per filo e per segno da dove lo stavamo chiamando - «Ho bisogno di visualizzare le persone con cui parlo, di creare un contatto» - gli abbiamo chiesto:

Signor Høeg i protagonisti dei suoi romanzi hanno spesso un talento particolare, quasi da super eroe. Smilla «leggeva» la neve. Susan «legge» le persone. Perché?

«Sono metafore del modo tutto particolare che ciascun individuo ha di guardare la realtà. Io nella mia vita ho incontrato un sacco di persone e ognuna era speciale, ognuna aveva un talento particolare, piccolo o grande. E questo mi ha sempre affascinato».

Spesso i suoi personaggi hanno anche un'infanzia difficile. È autobiografico?

«Gli scrittori hanno spesso un libro solo, mi verrebbe da dire una pagina sola. La bravura è renderla sempre diversa. Io ho avuto una infanzia media in una famiglia media. Ma l'esperienza mi ha insegnato che non si può crescere senza subire traumi e ferite. E parlare dei bambini lo vedo come parte del mio destino di scrittore».

Viste da fuori le democrazie nordiche appaiono come «perfette». Ma lei descrive sempre uno Stato, o un qualche apparato dello Stato, come cupo e invasivo...

«Io sono conscio del valore delle democrazie nordiche. Ma non sono il paradiso. Lo scopo dell'arte è indagare i limiti, anche quelli della società ed è quello che io cerco di fare. Io cerco di rappresentare le tensioni della società... e farlo secondo me aiuta la salute collettiva».

Molti dei suoi protagonisti hanno una grande ansia di libertà...

«Ho due risposte. Io nella vita mi sono spesso sentito limitato e costretto e non credo di essere l'unico. È un fatto personale. Ma dipende anche dalla società che ci circonda. Quella della libertà è una ricerca fondamentale e la cultura serve a essere liberi...».

In "L'effetto Susan" si è concentrato sulla scienza e la pretesa di prevedere il futuro.

«Mi ha colpito il fatto che, anche nel mondo reale, molte aziende cerchino di reclutare dei futurologi per fare previsioni su ciò che accadrà nei prossimi anni. Secondo me da circa 500 anni la scienza sta facendo sforzi per razionalizzare il mondo e renderlo prevedibile. Ma esistono anche molte pulsioni irrazionali. Ecco perché nel nostro mondo quello che abbiamo nascosto sotto il tappeto, come la violenza, tende a riemergere cogliendoci di sorpresa. Pensavamo di controllare tutto, dal clima alle migrazioni, e non è così. E ora ci viene presentato il conto».

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