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"Meglio ladri che secondi": così El Puntero ribaltò Firenze

Daniel Bertoni è stato sovrano illuminato della Viola per quattro anni: nel suo repertorio gol, colpi di classe ed anche un modo di pensare opposto a quello dei suoi tifosi

"Meglio ladri che secondi": così El Puntero ribaltò Firenze
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Se esiste un dogma che la liturgia del pallone non smette di officiare, è quello secondo il quale il genio coltiva da sempre un rapporto quanto meno esiziale con l’etica del sacrificio. Ricardo Daniel Bertoni, per tutti El Puntero, non deroga a questa regola aurea. Quando sbarca a Firenze nell’estate del 1980 — primo innesto straniero dell’era Pontello e primo assaggio di esotismo dopo il lungo, autarchico inverno delle frontiere chiuse — porta in dote un bagaglio ingombrante: l’oro mondiale del ’78 e una personalissima, quasi filosofica avversione per il protagonismo del sudore.

Si narra che nelle prime amichevoli agostane, mentre la canicola del Comunale picchia con spietatezza biblica, Daniel mendichi asilo nella striscia d’ombra proiettata dalla tribuna coperta. Un rifugio politico contro la dittatura del sole. "Indolente", mormorano i sacerdoti del purismo dal palato stretto e l'anima prosaica. "Artista", replicano i visionari che hanno già decodificato il modo con cui il fuoriclasse argentino accarezza il cuoio. Perché Bertoni è questo: un aristocratico della trequarti capace di sonnecchiare per ottanta minuti in un’apparente catatonia agonistica, salvo poi piazzare il fendente che squarcia il match ed ogni logica.

Prima di vestire il viola, Bertoni non è certo un carneade. A vent’anni, con la casacca dell’Independiente, ha già saccheggiato il palmarès sudamericano: tre Coppe Libertadores consecutive e un’Intercontinentale scippata alla Juventus (un presagio, forse, o una nemesi precoce). Ma la consacrazione ecumenica arriva nella notte elettrica di Buenos Aires, anno di grazia 1978, quando appone il sigillo del 3-1 sull’Olanda. Un gol che è un compendio di ferocia e tecnica, sbocciato da un rimpallo e fiorito nella gloria imperitura.

Daniel Bertoni

Dopodiché il Siviglia lo acquista per la cifra record di 70 milioni di pesetas: due anni di calcio nobile, vissuti però con la sgradevole sensazione che l’Andalusia non sia altro che un’elegante sala d’attesa.

Approda in riva all’Arno per quasi tre miliardi di lire, un’enormità che nell'economia del tempo scuote polsi e bilanci. L’incipit è contratto, un ingolfato diesel segnato da quella saudade che è il marchio di fabbrica dei sudamericani sospesi tra due mondi. Ma quando il motore entra a regime, Daniel diventa imprendibile. Nelle sue quattro stagioni fiorentine colleziona 31 reti in 123 presenze ufficiali, frammenti di un’estetica che si tramuta in sostanza.

Il 1981-1982 è il suo anno solare, l'apogeo del suo regno. Nove gol, capocannoniere insieme a Ciccio Graziani, e una Fiorentina che danza un tango armonioso e letale sotto la sua regia illuminata. Lo zenit di quella galoppata ha una data scolpita: 13 dicembre 1981. Al Comunale arriva l’Inter e Bertoni decide di officiare il rito della propria superiorità. Sigla la sua prima doppietta italiana, apre le danze al 25' e raddoppia al 50' trasformando un rigore con la freddezza di un sicario di alto rango, trascinando i viola in un 4-2 che profuma di investitura.

E qui inciampiamo nel punto dolente, nella cicatrice mai rimarginata della storia gigliata: l'infamia incrociata di Cagliari e Catanzaro. L’ultima giornata, il gol annullato a Graziani, il rigore di Brady per la Juventus. Lo scudetto scucito dalle maglie viola e spedito per direttissima a Torino. Firenze, ferita nell'onore e nell'anima, conia il motto di una fierezza sconfitta: "Meglio secondi che ladri". Ma Bertoni, che possiede il cinismo dei grandi e un'allergia congenita alle consolazioni apocrife, liquida anni dopo quella retorica con una sincerità brutale: "Meglio secondi che ladri? No, io preferivo essere ladro piuttosto che secondo!". In questa pennellata di realismo sfacciato c’è tutto Bertoni: un vincente che non accetta la nobiltà della disfatta come surrogato del trionfo.

Dopo quel "furto con destrezza", la sorte gli presenta il conto. Un’epatite virale lo tiene ai margini per quattro mesi proprio nell'anno in cui lo raggiunge l'alter ego Passarella. Risorge con orgoglio nel 1983-1984, firmando la sua annata più prolifica con 10 perle in 26 partite, ma a quel punto il richiamo delle sirene partenopee si fa irresistibile.

Se ne va nell’estate dell’84 per raggiungere l’altrove metafisico di

Diego Armando Maradona, lasciando a Firenze il riverbero di un destro terrificante e di una classe che se ne sbatte del crepuscolo. Pensare cosa avrebbe potuto fare, fosse stato poco meno indolente.

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