Spettacoli

Ma lui no. Gli altri reduci degli anni Settanta, quelli almeno sopravvissuti abbastanza lucidi, si dannano l’anima a sfornare un disco dopo l’altro, o un libro o un’ospitata tv, e poi show a raffica. David Bowie niente di niente. Dal 2004. Lou Reed esterna a più non posso e ha appena girato il mondo cantando (cantando?) il suo Metal Machine music trentacinque anni dopo la pubblicazione. Iggy Pop vive nel lusso di Miami, ogni tanto si tinge i capelli di biondo, ma adesso fa più concerti di quando aveva appena mollato l’Università e lo chiamavano ancora The Iguana. E fossero gli unici. Pure altri settantenni, ossia artisti esplosi negli anni Settanta, occupano ancora le classifiche, da Elton John agli Ac/Dc a Robert Plant, a dimostrazione che l’ispirazione, quella va e viene, ma il pubblico rimane pur sempre affezionato.
Invece David Bowie è sparito d’un botto sei anni fa e ormai sul web la voce gira sempre più insistente: che fine ha fatto? Se non altro, c’è da capire la preoccupazione: per quasi quattro decenni, dal 1964, aveva abituato bene i fans pubblicando almeno una volta all’anno un singolo oppure un album intero. L’ultimo nel 2003, il non clamoroso Reality. A giugno del 2004 ha dovuto interrompere il tour dopo un attacco di cuore sul palco di Scheessel, in Germania. Subito l’angioplastica (nello stesso ospedale dove in questi giorni è ricoverato Bono). E poi l’ammissione: «Ho avuto anche un infarto». Da allora rare apparizioni dal vivo (bella quella con David Gilmour alla Royal Albert Hall di Londra nel 2006) e qualche marginalissima collaborazione come in Anywhere I lay my head, il disco che Scarlett Johansson ha dedicato nel 2008 alle canzoni di Tom Waits: lì Bowie ha cantato i cori in due canzoni, una robetta. Si è fatto vedere in pubblico l’ultima volta a pochi isolati da casa, al Tribeca Festival nel Lower Manhattan, dove suo figlio Zowie, che ora si fa chiamare Duncan Jones, presentava il suo primo film da regista, Moon. Per il resto, vita da riccone con un patrimonio stimato nel 2003 di 510 milioncini di sterline (dal Sunday Express), di fianco alla sua seconda moglie, l’ex supertop Iman e ad Alexandria Zahra, la figlia nata a Ferragosto del 2000. Persino il suo blog (http://www.davidbowie.com/bowie/journal/) è tristemente abbandonato da quasi quattro anni, ultimo post il 5 ottobre 2006, e dire che lui era sempre stato uno dei più feroci smanettatori su internet, la piazza globale fatta apposta per la sua bulimia creativa. Dicevi originalità e pensavi a Bowie, uno che nel 1972 si è persino inventato un alter ego marziano, Ziggy Stardust, per poter abbattere ogni limite musicale e mescolare tutto in quel pentolone zeppo di marciume e provocazioni che era il glam rock. Tanto per fare un esempio, una volta disse pure che «Adolf Hitler è stato una delle prime rockstar» scatenando un putiferio.
Ma questo inglese nato a Brixton nel 1947, 136 milioni di copie vendute e bisessualità più o meno smentita, si è sempre beato di essere uno stacanovista, partendo dal folk psichedelico degli anni Sessanta fino al quasi metal dei Tin Machine e all’elettronica e all’ultima fase quasi neoclassica, e recitando in tanti film al punto di giocarsi con Jack Nicholson, perdendolo, il ruolo di The Joker nel Batman di Tim Burton. Perciò adesso sono tutti a bocca aperta: dove è finito? Il suo biografo ufficiale, Marc Spitz, che è evidentemente rimasto senza lavoro, commenta: «È arrivato così vicino alla morte che può aver perso il suo appetito creativo». Aggiungendo: «È come se l’egualmente prolifico Woody Allen smettesse di girare film». Ma la più esplicita è la bassista Gail Ann Dorsey, che ha lavorato con lui per tre lustri: «A gennaio gli ho mandato un’email di auguri per i suoi 63 anni. Ma non gli ho chiesto nulla dei suoi progetti». Un modo per confermare che questo uomo strano, metà rockstar e metà extraterrestre, rimarrà nel suo mondo ancora per un bel po’, a godersi la normalità di cui ha sempre avuto più paura: la vita da ricchi pensionati.

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