Su Netflix, "Il Buco": un grande film ma da evitare in quarantena

La lotta per la sopravvivenza è al centro di un thriller-horror distopico e dalla potente connotazione metaforica. Una riflessione socio-antropologica che mette i brividi.

E' uscito sulla piattaforma Netflix un film, "Il Buco" (titolo originale "The Platform"), un'opera illuminante nella sua universalità ma che può essere troppo disturbante da vedere in un periodo come questo.

Goreng (Ivan Massagué) si sveglia in un luogo che somiglia a un carcere verticale, in cui ogni piano è costituito da una cella abitata da due persone. Il suo convivente è un anziano, Trimagasi, che si trova nella struttura da tempo e può fargli da Cicerone informandolo del suo funzionamento. I due si trovano al 33 ° livello di un edificio attraversato da un buco quadrangolare in cui scorre una piattaforma ricolma di cibo che, nella sua discesa, si ferma ad ogni piano per qualche minuto. La regola è che puoi consumare solo quanto avanzato da chi sta ai piani sopra al tuo e non puoi mettere viveri da parte. Della montagna di cibo di partenza arriva poco o nulla ai piani inferiori, nei quali quindi si lotta per sopravvivere. Ogni mese si cambia di livello in maniera assolutamente fortuita e, in teoria, ci sarebbe di che nutrirsi per tutti, ma è difficile farlo capire a chi dopo un mese di digiuno si ritrova magari con la possibilità di dare sfogo alla propria ingordigia.

Già applaudito sia al Festival di Toronto che a quello di Torino, l'esordio nel lungometraggio del giovane ispanico Galder Gaztelu-Urrutia è un thriller minimalista, distopico e fantascientifico, in cui ci sono anche diverse virate nell'horror.

Con un'idea di partenza geniale, sviluppi successivi convincenti e dialoghi semplici ma di portata oracolare, questo film è sicuramente foriero di riflessioni. Purtroppo però viene in mente il monito di Nietzsche: "Se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l'abisso scruterà dentro di te" e un'opera del genere può amplificare il disagio vissuto da alcuni spettatori.

Forse non giova al momento soffermarsi sul fatto che le cadute e le ascese improvvise ed effimere diano luogo a una staffetta vertiginosa tra speranza e sofferenza, né su come le pulsioni tenute troppo a freno partoriscano orrori o su quanto l’impari distribuzione delle opportunità possa aprire la strada a svolte disumane. Più che un meccanismo atto a testare le reazioni umane in condizioni estreme, "Il Buco" comunque ricorda un viaggio dantesco.

L'ambientazione è claustrofobica e dotata di pochi elementi scenici, eppure splendida.

Considerata la presenza di omicidi e cannibalismo, qualcuno potrebbe limitarsi a considerarlo un horror fantascientifico. Altri, invece, non potranno restare ciechi di fronte al poderoso valore allegorico dell'intera messa in scena e si troveranno di fronte a temi come l'egoismo umano, la sacralità del cibo, l'ascensore sociale, gli squilibri di potere e l'importanza dell'anomalia donchisciottesca.

Ci sono assonanze estetiche e ideologiche con film come "The Cube" e "Snowpiercer", mentre per la mole di simbolismi nascosti e di perle spirituali l'unico confronto possibile è con un capolavoro come "Matrix". Ogni frase, infatti, nasconde riferimento ad altro: al destino ("una volta dentro non potrai essere fuori prima della data stabilita"), al libero arbitrio ("nel buco tutti possono scegliere"), al benessere inconsapevole ("hanno cibo ma niente da aspettare e troppo da pensare"), alla Fede utilitaristica ("Lei crede in Dio? Questo mese sì"), al Caso ("L'Amministrazione non possiede coscienza"). Infine c'è la presenza dell'Eterno Femminino, qui inteso letteralmente come Mater Sperantiae.

Al netto di tanta significanza, però, "Il Buco" costringe in un incubo distopico incentrato su solitudine, fame e avidità. Vederlo significa trascorrere cento tesissimi minuti in un non luogo in cui spurgare le paure più ataviche ma anche più attuali dell'essere umano: trovarsi senza risorse, inermi e imprigionati.

Il racconto è percorso da una vena grottesca e caricaturale ma non si coglie perché atterriti dall'ipotetica e futuribile verosimiglianza di ciò che scorre sullo schermo. Per fortuna quel che lì è utopia, ossia la solidarietà spontanea, è invece parte della nostra realtà.

In definitiva il film nasconde una profondità bidirezionale: può elevare alla comprensione di come il cambiamento passi dalla diffusione di un messaggio eterno fatto di pura amorevolezza, oppure può sconfortare, permeato com'è da un'angoscia profetica che fa leva sulle più inconfessabili debolezze dell'essere umano.

E' uno di quei rari titoli che ti danno un pugno nello stomaco e una bella strattonata alla coscienza, ma che forse sarà meglio assaporare in momenti più prosperi.

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Commenti
Ritratto di Thorfigliodiodino

Thorfigliodiodino

Dom, 22/03/2020 - 10:44

Il sonno della ragione genera questi mostri. Registi eccetera prede dei loro fantasmi.