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«Il teatro sta morendo Ma può servire all'Italia per creare più lavoro»

«Il teatro sta morendo Ma può servire all'Italia per creare più lavoro»

Il tono è pacato. Ma le parole durissime. «In Italia il sistema teatro è al collasso. Stiamo andando verso un punto di non ritorno». Se a pronunciarle, poi, è un addetto ai lavori tra i più qualificati - il direttore del Teatro di Roma, prestigioso stabile capitolino ai più noto come Teatro Argentina - l'effetto è da brividi. «Se non si corre presto ai ripari - insiste il direttore dell'Argentina, Franco Scaglia - la prosa in Italia rischia un declino. Nemmeno troppo lento; e certo inesorabile». L'Argentina non ha problemi imminenti: grazie a titoli classici e nomi di gran richiamo (Goldoni, Pirandello, Molière, Brecht, De Filippo, con le regie di Strehler, Ronconi, Martone e Servillo; era prevista anche la povera Mariangela Melato, ne Il dolore della Yourcenar) lo storico teatro conserva il suo pubblico. «Ma è il sistema nel suo insieme, che in Italia non regge più - si preoccupa Scaglia -. E certo la crisi rischia di assestargli il colpo di grazia. Inevitabile, del resto, che in momenti di difficoltà la gente vada meno a teatro considerandola una spesa superflua».
Senonché proprio qui starebbe il nodo del problema. In una mentalità. «Invece che una risorsa, la cultura da noi è considerata un peso. Tutt'al più un "superfluo", appunto. Mentre invece potrebbe rappresentare un'enorme fonte d'occupazione». Scaglia cita il caso di Polonia e Finlandia: «Paesi che, con tutto il rispetto, non possono vantare un patrimonio culturale paragonabile al nostro. Eppure investendo in arte e istruzione Polonia e Finlandia hanno aumentato i loro posti di lavoro». Questo grido di dolore non suona nuovo: riecheggia quelli che, ad intervalli regolari e inesorabili, si levano da almeno quattro decenni. Ma al contrario del solito, Scaglia non ne fa una questione politica: «Troppo facile prendersela con le istituzioni. Qui non è più nemmeno il caso di destra o sinistra: la cultura in Italia è stata sottovalutata da tutti. E bisogna finirla anche col pensare che la soluzione sia nell'aumento dei contributi statali. I contributi non sono un'elemosina; ma neppure un sussidio. Quella da estirpare, ripeto, è soprattutto una mentalità». Già: ma come? Riuscendo a far proporre agli stabili spettacoli a lunga tenuta («Altrimenti che "stabili" sono?») aumentando il rapporto con regioni e provincie per aumentare il pubblico. «Farlo affluire anche dalle periferie con bus navetta, incrementare il rapporto coi giovani, cui il teatro "vivo" dovrebbe essere presentato quasi come materia di studio. Ma con intelligenza: non deportando i giovani con la tradotta».

Un solo punto, ammette Scaglia, è intoccabile: il prezzo del biglietto. «Mi rendo conto che può essere proibitivo. Che per una famiglia media, andare a teatro, diventi talvolta impossibile. Ma su questo, temo, che non ci sia proprio niente da fare».

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