Il temerario Patterson spirito nelle tenebre che inseguiva i leoni

Le memorie del militare e ingegnere inglese sono uno spaccato del colonialismo in Africa

La vita di John Henry Patterson (1867 - 1947), militare, ingegnere e cacciatore inglese, di cui ora Luni pubblica Spiriti nelle tenebre (traduzione di Andrea Amato, pagg. 188, euro 20), può essere simboleggiata da due luoghi. Il primo, europeo, è il Museo di storia naturale di Londra che ospita la testa di un particolare orice che porta il suo nome, Taurotragus pattersonianus, ucciso dall'allora trentenne colonnello durante un safari. Il secondo, africano, è il Nairobi Railway Museum, o quello anche ancora adesso ne può sopravvivere, visto che vent'anni fa, quando chi scrive lo visitò, più che un luogo di memorie assomigliava a una discarica. Lì, comunque, ci sono i resti di quella che a fine Ottocento venne soprannominata «The Lunatic Line», la linea ferroviaria che da Mombasa a Fort Florence, che oggi si chiama Kisumu, ovvero dall'Oceano Indiano al Lago Vittoria, univa l'Africa al suono del vapore: 700 e passa chilometri, sei milioni di sterline investiti, migliaia di coolies impiegati. Patterson, addetto alla supervisione dei lavori di costruzione di un ponte sul fiume Tsavo, ne fu uno dei protagonisti nella sua funzione di ingegnere militare per la Compagnia Britannica dell'Africa Orientale. Ma lo fu anche, e forse ancora di più, nel ruolo di uccisore di «leoni mangiatori di uomini», incubo dei lavoratori della ferrovia al punto tale da essere elevati da semplici animali a creature demoniache. Nel museo di Nairobi, sotto una teca in vetro posta di fronte a uno scompartimento, un lungo divano di pelle nera, troneggiano gli artigli del leone che, la notte del 6 giugno del 1900, fece strame del corpo del sovrintendente di polizia Charles Henry Ryall, collega e amico di Patterson. La primavera precedente, i due avevano cenato insieme proprio su quel vagone, dal primo usato come ufficio, e si erano scambiate le relative esperienze in materia di caccia ai «mangiatori di uomini», Patterson alle prese con quelli intorno al fiume Tsavo, Ryall con quelli intorno alla stazione di Kima... Quella sera di giugno, Ryall aveva fatto staccare la sua carrozza dal resto del treno e l'aveva fatta spingere su un binario di raccordo, in pendenza, perché i lavori sulla linea non erano ancora terminati: il leone era stato avvistato nella zona la notte precedente e, insieme con altri due amici, Huebner e Parenti, aveva deciso di appostarsi lì e di sorprenderlo. Nonostante si fosse proposto lui per il primo turno di guardia, purtroppo si addormentò e il leone silenziosamente arrivò sino alla piattaforma in fondo al vagone, la cui porta scorrevole dava nella carrozza. Non essendo bloccata, la aprì spingendola con una zampa, entrò, ma a causa della pendenza della carrozza e del peso supplementare dell'animale la porta scivolò all'indietro, si richiuse facendo scattare la serratura e in pratica il leone si ritrovò chiuso dentro nello scompartimento con i tre uomini addormentati...

Il racconto che in Spiriti nelle tenebre Patterson fa di ciò che avvenne in seguito, è da brividi. Ryall dormiva sulla cuccetta in basso, Parenti sul pavimento e Huebner su quella in alto, dal lato opposto. L'animale si gettò sul primo, ma per farlo si issò sul secondo. Svegliato dal frastuono e dalle urla del povero Ryall, Huebner si svegliò e «guardando giù dalla sua cuccetta rimase terrorizzato nel vedere un enorme leone con le zampe posteriori sul corpo di Parenti e quelle anteriori appoggiate al povero Ryall». In preda al panico, il suo unico impulso fu quello della fuga verso la seconda porta scorrevole che comunicava con lo scompartimento della servitù, dalla parte opposta a quella da cui era entrato il leone. Solo che «per raggiungerla, Huebner avrebbe dovuto saltare letteralmente sulla schiena del leone, che con la sua enorme mole riempiva tutto lo spazio sotto la cuccetta. Sembra incredibile, ma fece esattamente così». Qui però si verificò un intoppo. Terrorizzati, i servitori indiani avevano bloccato la porta dal loro interno e solo con la forza della disperazione riuscì ad aprirsi lo spazio sufficiente per scivolare dentro. «Un attimo dopo si sentì uno schianto e l'intera carrozza barcollò con forza da un lato. Il leone aveva sfondato una delle finestre ed era fuggito portando con sé il povero Ryall. I suoi resti furono trovati il mattino dopo nei boschi, a circa quattrocento metri di distanza». Oggi al South Nairobi Cemetery, una lapide con inciso il suo nome lo ricorda: «Assalito mentre dormiva, fu ucciso da un leone mangiatore di uomini a Kima».

Spiriti nelle tenebre, il titolo in italiano di The Man Eaters of Tsavo, strizza l'occhio al film omonimo, con Val Kilmer e Michael Douglas, che nel 1996 celebrò le gesta di Patterson, terzo di una serie, dopo Bwana Devil e Killers of Kilimanjaro, entrambi girati negli anni Cinquanta. Ma il libro non è tanto o solo il diario avventuroso di una caccia pericolosa, quanto una testimonianza diretta e un documento prezioso sul colonialismo moderno britannico, sulla natura e l'antropologia africana. All'indomani della inaugurazione della Lunatic Line, il Times scrisse: «La sola lunghezza non rende l'idea delle difficoltà che si sono superate per arrivare dall'Oceano Indiano a questi luoghi. Averle vinte ha più valore dello stesso impegno economico e fisico che c'era dietro al progetto». Il trionfo della volontà, insomma. Gli inglesi in Kenya erano allora meno di tremila e ci finivano i cadetti dell'aristocrazia ai quali il non essere primogenito negava le ricchezze di famiglia, i reprobi di qualche scandalo sessuale oppure finanziario, gli espulsi dai college o dalle università più prestigiose, gli spiriti avventurosi per i quali l'Inghilterra aveva l'aspetto di una prigione. Un poster dell'epoca, che nelle intenzioni avrebbe dovuto attrarre esploratori e imprenditori dal sangue freddo e dal temperamento caldo, mostrava la stazione di Nairobi come una sorta di stagno pieno di coccodrilli. Sulla terraferma, alcuni leoni erano intenti a tirare fuori dei viaggiatori dai vagoni, iene e serpenti tutt'intorno. Un uomo era appollaiato in cima a un palo del telegrafo, alla cui base un prete in ginocchio cercava di benedire uno sciacallo. «Gli appassionati di storia naturale troveranno qui la natura nel suo rigoglioso manifestarsi, gli amanti della caccia grossa il loro regno, coloni volenterosi terreni di prima scelta» recitava la scritta. Era «la mia Africa», ovvero la loro, quella dei colonizzatori bianchi. Settant'anni dopo la fine del colonialismo, si può cominciare a dire che le sue passate nefandezze non bastano più a giustificare il disastro di tutto un continente?

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