La vera ministra degli Esteri del fascismo? Lady Sarfatti

Mecenate e animatrice culturale, fece conoscere in America il volto più esportabile del regime

La vera ministra degli Esteri del fascismo? Lady Sarfatti

Che cosa sarebbe successo se Napoleone avesse vinto a Waterloo oppure le armate naziste fossero arrivate a Londra? Che cosa sarebbe successo se un evento, in un determinato momento del passato, avesse preso un taglio diverso rispetto a quello conosciuto? Non si tratta soltanto di un divertissement arruolabile nella fascinosa rete che, di volta in volta, costruisce la narrativa ucronica. Molte vicende hanno infatti preso una direzione invece che un'altra grazie ad accadimenti o personalità su cui invece la storiografia ufficiale ha posto - per mere ragioni ideologiche - un'attenzione esigua, se non proprio irrilevante.

È il caso di Margherita Sarfatti che aveva aderito con convinzione al fascismo ma che rimase confinata per più di mezzo secolo negli angusti spazi di una generalizzata damnatio memoriae. Nonostante qualche occasionale manifestazione di interesse, l'interrogativo di fondo rimane infatti inevaso: che cosa sarebbe stato il fascismo (e Mussolini) senza di lei?

Claudio Siniscalchi in Novecento. Fascismo, America e arte in Margherita Sarfatti (Altaforte edizioni, pagg.160, euro 13) non sminuisce la portata della relazione sentimentale che resta monopolizzante. Quando, nel marzo del 1947, la Sarfatti rientra in Italia e chiede a Indro Montanelli di accompagnarla a Piazzale Loreto, «non regge l'emozione e si volta per non far vedere al giornalista il volto rigato dalle lacrime». Tuttavia, Siniscalchi mette in fila ogni casella, facendo emergere un vincolo che va molto oltre tale relazione e la figurazione della donna di potere.

Siamo infatti di fronte a una personalità emancipata, temeraria e poliedrica che tenta di non farsi imbrigliare dalle increspature del regime. Le foto dell'epoca - in cui lei compare sempre come unica donna in mezzo a un nugolo di uomini - testimoniano in maniera plastica la centralità di una mecenate in grado di orientare in un verso piuttosto che in un altro la maggior parte gli indirizzi dell'arte italiana, di organizzare fronti culturali specifici (diresse la rivista Gerarchia e fu redattrice letteraria al Popolo d'Italia) e mai disdegnare l'approccio diretto a questioni dirimenti, come il femminismo, il modernismo cattolico, il socialismo o il nazionalismo.

La critica l'ha relegata per lungo tempo ai margini, forse per non riconoscere al fascismo una peculiare cultura, ma anche per confutare l'idea dell'arte di Stato e marchiarla come una storia di fallimenti nel segno soltanto dei meccanismi del consenso. Ma è proprio questo il punto. L'essenzialità della mano della Sarfatti, che agisce sul fronte teorico quanto sul piano pratico, si vede dappertutto e in specie nell'opera di internazionalizzazione del fascismo.

Grazie ai suoi stretti legami con i corrispondenti esteri e con il magnate dell'editoria William Hearst, escono con assoluta regolarità articoli di Mussolini sulla stampa americana, dove per molti anni resiste il «mito del duce». L'eco del suo lavorìo internazionale è robusto e visibile anche quando inizia a intensificarsi la frattura con il fascismo che diverrà poi definitiva. Nel 1934, quando Prezzolini organizza per la Sarfatti una conferenza sull'arte italiana alla Casa della cultura a New York, il successo è strepitoso, e lei viene anche ricevuta alla Casa Bianca da Eleanor Roosevelt.

Lo stesso si può dire per Novecento, il movimento artistico che la Sarfatti fondò alla fine del 1922, e grazie al quale furono allestite mostre anche all'estero, facendo positivamente risaltare quella che in realtà era una dicotomia tra lo spirito modernista che derivava dall'avanguardia futurista e la volontà di un ritorno all'ordine classico.

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