Prima visione

«Il romanzo dei tre regni» di Luo Guanzong divenne - con un millennio di distacco rispetto a ciò che racconta - per i cinesi quel che l’Iliade era diventata - con circa cinque secoli di distacco - per gli europei.
Ma i cinesi già allora pensavano per continenti. L’estensione dell’area da loro abitata andava dai freddi polari al tropico, dai confini con gli arabi e con gli sciti all’Oceano Pacifico. Tenere unito tutto ciò costava fatica e sangue, entrambi in immense proporzioni.
Chi ama le grandi patrie e s’annoia in quelle piccole è sempre stato affascinato dalle grandi lotte: «Quando la Cina si sveglierà, il mondo tremerà», diceva Napoleone. E Alain Peyrefitte, ministro di De Gaulle, gli faceva eco con un libro ancor oggi importante.
Il pregio de La Battaglia dei tre regni (titolo internazionale: Scogliera rossa, in senso geologico, non in senso politico) di John Woo, che a quel romanzo s’ispira, è compendiare in due ore e mezza densissime una guerra di secessione appunto fra tre regni.
Gli appassionati di John Woo possono immaginare quanti scannamenti possa ideare con una storia simile. Ebbene qui, nelle prima mezz’ora si muore più che in tutti i suoi altri film. Il pubblico normale resterà invece affascinato dalla normalità dell’uccidere e del morire. In confronto, ciò che si vede nel Gladiatore o in Braveheart è uno scherzo. Nella trilogia del Signore degli Anelli c’è qualcosa di simile, ma con tutt’altro punto di vista.
La battaglia dei tre regni non vuole condannare la guerra e nemmeno il potere, non ci affligge dicendo che «triste è il paese che ha bisogno di eroi». No, qui di eroi c’è moltissimo bisogno e se ne fa amplissimo uso. Tutto ciò che accade non è uno scempio: è distruzione che precede la costruzione. Insomma, quel che è reale è razionale...
Ma ci sarebbe la Cina di oggi, unita (salvo Taiwan e le periferie indocino-malesi), ricca, potente, rispettata, se non ci fosse il suo passato, tutto il suo passato, nel bene e nel male?
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