Walter Siti mette a nudo la natura (innocente) dell'uomo

Nel raccontare due vite al limite lo scrittore sviscera tutte le ambiguità della nostra società. E non risparmia nessuno

Un Walter Siti così non l'avete mai letto: se con i romanzi precedenti la finzione letteraria nascondeva in parte il proprio vissuto con questo suo nuovo La natura è innocente (nelle librerie da Rizzoli da giovedì prossimo) si mette completamente a nudo. Siti, considerato il più erudito scrittore italiano, docente all'Università di Pisa, curatore di tutti i Meridiani Mondadori di Pasolini, Premio Strega nel 2013 con Resistere non serve a niente, attraverso due storie vere di un matricida siciliano e di un culturista pornostar riconosciuto a livello mondiale per i suoi film gay destinati a raffinati intenditori del genere, alterna le due vicende umane in «due storie quasi vere» perché alcuni particolari sono romanzati. Scrive Siti: «Ho scelto due tipi generalmente condannati e l'arrampicatore sessuale: li ho scelti non solo perché amo le stranezze, ma perché hanno fatto nella vita quello che avrei voluto fare io».

Siti non si tira indietro nel raccontare i suoi gusti sessuali estremi: nel suo Troppi paradisi (Einaudi) aveva seminato indizi, ma senza mai essere così esplicito.

Al di là di passaggi molto molto spinti, che potrebbero risultare suscettibili ai molti puritani (che come scrive Siti «sono i primi a trasgredire malgrado siano sposati e mariti ideali») questo è senza alcun dubbio il suo romanzo più riuscito.

Nella sincerità di tutte le frasi ne emerge un uomo e uno scrittore vero. Un uomo che non ha scheletri negli armadi ma fantasmi, un uomo che si sente condannato e giudicato da una società che ha dimenticato la pìetas.

Se nell'ambiente della critica letteraria c'è il detto che «finito un romanzo si vorrebbe citofonare all'autore» in questo caso si vorrebbe abbracciarlo, fargli sentire che non è solo e che questo libro segna una spaccatura totale tra la finzione della letteratura con un libro che è contro tutti: la cultura elitaria, la cultura di massa, la nobiltà delle apparenze, l'idiozia collegata ai social network, tarata dalle antenne televisive dove non esiste più quasi spazio per l'essere umano.

Il «vuoto concentrazionario» dei nostri tempi, le «città satellite» che un tempo erano le «borgate di periferia». perché «Il Male non consiste nell'avvertire il morso del diavolo ma nel fraintenderlo». Come succede di questi tempi in cui «l'infantilismo è quasi il contrario dell'infanzia, perché si accontenta di risposte sommarie e ripetitive mentre l'infanzia ha sempre un'altra domanda da fare».

Siti, attraverso la vita dei due protagonisti, ci racconta come «i marginali e gli esclusi abbiano reagito, negli Anni Ottanta e Novanta, all'illusione di onnipotenza generata dal consumismo» per poi rifugiarsi nel «culto dell'adrenalina, negli individui più inquieti, con una eclissi della responsabilità collettiva» con un «accecamento della cultura. L'euforia dei singoli come sintomo di un generale infragilirsi dell'etica pubblica in un crepuscolo della coscienza». Siti non manca neanche di un'analisi politica attenta augurandosi che «quando l'oligarchia avrà smesso di mascherarsi sotto una democrazia inconcludente, quando l'ideale tremebondo e utopista di far sparire il male avrà speso il suo ultimo fiato, quando l'effervescenza dell'odio sarà esaurita e l'indecenza della Storia avrà trovato un nuovo mantello, allora a dominare incontrastati saranno il grigio e il vuoto, l'inerzia e l'insignificanza. Tra una Milano offuscata in un su sogno di metropoli progressista, laboratorio politico, tutta planning e power point e start-up e una Roma immobile dove mutano soltanto i nomi e i poeti sono ancora classici e il Parlamento impaludato () con la peggior classe dirigente di Europa, la lingua più rinunciataria e il popolo più accomondante, tanto una soluzione si trova sempre» () «perché la mondializzazione è fallita o troppo riuscita nell'ascesa dei grandi monòpoli; il tempo si ingorga, dieci miliardi di esseri umani si affrontano in scontri più ciechi (a chi la prossima egemonia)?». Tra queste pagine passaggi che nessuno scrittore avrebbe avuto il coraggio di firmare. Scrive Siti: «Non avendo mai confessato i miei desideri al tribunale della società, sono stato ad oggi condannato alla fiction: nella fiction ho seminato indizi e annunci trasversali ma il nesso è semplice, elementare, di causa ed effetto posso enunciarlo solo adesso che sto elaborando il lutto della vecchia, come in passato ho elaborato il lutto della mia giovinezza». Siti ha scritto il Grande Romanzo Italiano che decenni cercavamo, ma soprattutto, liberandosi dall'implicito e dall'ermeneutico, ha finalmente superato il suo maestro Pasolini.

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