"We are who we are" di Guadagnino, la serie tv che funziona meglio se non vista

Vanno in scena le inquietudini di adolescenti e adulti di fronte alla presa di coscienza del proprio Sé. Sacrosanto l'inno all'autenticità contenuto, ma come opera lascia a desiderare

Esce oggi "We are who we are", una serie tv evento per molti motivi. La firma è di Luca Guadagnino e le tematiche sono le stesse trattate nel film del 2017, "Chiamami col tuo nome", che ha regalato al regista l'adorazione presso le nuove generazioni.

Stavolta, però, l'opera è corale e non ci sono solo giovani alle prese con la ricerca della propria identità, soprattutto sessuale, ma anche adulti in crisi nella gestione della loro o di quella che ritengono tale. Laddove i teenager alternano dubbi, paura e voglia di sperimentare, i loro genitori non hanno meno difficoltà, solo più pudore.

Ambientata in una base militare americana nel Nord Est italiano, "We are who we are" è un microcosmo chiuso e pieno di contraddizioni, ma capace di parlare all'universale.

Fraser (Jack Dylan Grazer), il protagonista, è appena arrivato con le sue due madri, Maggie (Alice Braga) e Sarah (Chloë Sevigny), quest'ultima nuovo comandante della base. Fa amicizia con alcuni coetanei, non senza difficoltà all'inizio, vista la sua natura riservata e gli interessi atipici. Trova però forza e comprensione in Caitlin (Jordan Kristine Seamón), una ragazzina che, come lui, ha una famiglia assortita in maniera inusuale: il padre è un ufficiale di colore che tifa per Trump (siamo nell'estate del 2016, prima delle elezioni), la madre nigeriana è la classica insoddisfatta che si finge felicemente realizzata, infine il fratello è molto chiuso e appassionato di Islam. Fraser e Caitlin sviluppano complicità anche in virtù dei medesimi dubbi: lui non è ancora sicuro di essere gay, mentre lei a volte si traveste da uomo. La loro diventa un’amicizia fortissima.

I personaggi di "We are who we are" si muovono in una cornice, quella militare, che fa del rigore l'ingrediente principale, ma sono caratterizzati dal ribollire dei sensi. Giovani e adulti, infatti, sentono l'indomita anarchia della propria complessità interiore (vale anche per chi tra loro appare risolto).

Se i ragazzi si dilettano alla scoperta dei sentimenti tra gite al mare e feste, alcuni dei grandi si sentono a disagio nella stretta delle responsabilità. Se i primi ancora non hanno piena consapevolezza della loro vera natura, i secondi scoprono di averla forse tradita.

"We are who we are", serie teen diversa da tutte le altre, acclamata oltreoceano e destinata anche agli adulti, intreccia esistenze alle prese con affezioni contrastate, eterosessuali ma soprattutto omosessuali, mostrando esseri umani a differenti stadi di crescita, non solo anagrafica.

L'intento da cui nasce è nobile, se non necessario: regalare l'istantanea di un'epoca complessa e un manifesto generazionale ai più giovani, ma soprattutto invitare chiunque a scoprire, abbracciare ed esprimere la propria unicità.

Il punto è che "We are who we are" ha un grande valore per quel che rappresenta più che per la sua qualità intrinseca. Inanella alcuni autogol, tra cui quello che i personaggi siano raffigurati come preda alla confusione totale. Non somigliare a nessun altro, per i giovani, diventa un faticoso imperativo più che espressione del vero sé; quanto al libero arbitro, anziché aprire una marea di possibilità, è sotto scacco di una rottura degli schemi che sembra quasi un diktat. Le pulsioni sessuali sono seguite dai personaggi per curiosità o come volontà di evasione dal presente, solo in alcuni casi per sentimento, il che li porta poi a un crollo emotivo, perché il loro moto vitale non ha generato altro che caos conclamato.

Riprendendo le parole del regista, possiamo considerare "We are who we are" un film lungo otto ore. Il problema, ignorato da Guadagnino, è che l'esperienza sia sì immersiva, ma al punto che lo spettatore si annoi assieme ai personaggi in tantissimi momenti. Si affeziona loro gioco forza, dopo essersi consegnato alla storia, ma come un ostaggio che sviluppa i sintomi della sindrome di Stoccolma.

Le scene sono molto lunghe, il ritmo lento, la visione più frustrante che destabilizzante in senso positivo. Non si educa alla diversità mettendo assieme momenti stanchi e altri orgiastici, come quello senza fine mostrato nel delirante quarto episodio.

Anziché puntare sulla purezza legata alla possibilità di essere davvero chi siamo, qui a tratti ci si compiace del baccanale che può derivarne.

Insomma, "We are who we are" funziona alla grande nel far gioco alla liberazione dei costumi: forte com'è di copertine di riviste e lancio di nuovi talenti, il suo messaggio di fondo è diffuso a dovere dai Media. Basta non ci si decida a guardarne davvero gli episodi.

Da oggi, 9 Ottobre, alle 21.15 su Sky e Now Tv.

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Commenti

schiacciarayban

Ven, 09/10/2020 - 16:41

Non è manle ma è di una lentezza esasperante, sembra un esercizio di stile di Guadagnino per far vedere che è bravo. Alcune situazioni di omosessualità sono troppo ostentate, quasi ridicole.