Wenders stregato dai paesaggi di Hopper E i quadri del pittore diventano un film

Il regista tedesco presenta un corto in 3D alla grande mostra di Basilea

Mimmo di Marzio

La prima immagine è in notturna, la macchina da presa fissa su tre pompe di benzina rosso fiammante della Mobilgas, icone dell'America anni '50 della celebre route 66.

Il silenzio è rotto dall'arrivo di una Cadillac verde da cui scende una donna in abito nero che si accende una sigaretta voltando le spalle all'attempato benzinaio che provvede al rifornimento. I paesaggi che scorrono sullo schermo, così come i protagonisti di questa infelice storia d'amore, sono quelli indimenticabili dei quadri di Edward Hopper, il pittore realista della solitudine. A dar loro «vita» non poteva essere che un altro genio del neorealismo contemporaneo, il regista tedesco Wim Wenders, che alle vedute malinconiche del fallito sogno americano aveva già abbondantemente attinto in cult movies come Paris Texas. Due o tre cose che so di Hopper, questo il titolo godardiano del cortometraggio presentato alla Fondazione Beyeler di Basilea in occasione dell'antologica dedicata al pittore nato alla fine dell'800 sulle rive dell'Hudson, rappresenta qualcosa in più della classica ciliegina sulla torta di una grande mostra. La sala video che proietta il film interrompendo l'esposizione di celebri dipinti urbani e molti inediti paesaggi rurali, aggiunge prospettive al realismo magico di Hopper e, complice il montaggio in 3D, segna quasi una svolta nella cinematografia applicata alle arti visive, costruendo una geniale sceneggiatura dalle più familiari immagini di Hopper: i paesaggi malinconicamente assolati, i bar semideserti, le ville coloniali di Cape Cod al tramonto, la solitudine di una coppia immortalata in una stanza. Come il frame, appunto, di una pellicola.

E poi ancora il senso di angosciosa attesa e di intimità spezzata di opere che già ispirarono altri registi, da Michelangelo Antonioni ad Alfred Hitchcock. «Hopper è un pittore che ha stregato me e molti altri registi perchè i suoi campi lunghi, i suoi orizzonti incompleti hanno un forte taglio cinematografico, e così pure l'attitudine all'attesa e alla speranza che dà spazio di interpretazione allo spettatore» dice il regista affiancato dalla giovane attrice che interpreta la protagonista femminile del film.

La domanda che sorge più spontanea è a quali dipinti hopperiani si sia ispirato il regista. Alcuni riferimenti sono evidenti, come le stanze da letto disadorne di Summer in the city o Excursion into Philosophy, inni all'incomunicabilità di una coppia che il sesso rubato non può sanare. Altrettanto dicasi per i paesaggi interiori di Cape Cod Morning del 1950, il capolavoro del Whitney Museum in prestito alla Fondazione Beyeler in compagnia di una nutrita selezione di oli, acquerelli e disegni.

Sull'argomento, Wenders quasi si schermisce: «Sono un appassionato d'arte fin da bambino - dice - e quando ho conosciuto le opere di Hopper mi sono letteralmente esaltato; la cosa che ancora oggi più mi colpisce dei suoi quadri è la sensazione che debba sempre accadere qualcosa che però non accade mai. Ma se dovessi nominare le opere che mi hanno ispirato per questo cortometraggio direi un po' tutte, forse avrei voluto girare un film di 5-6 ore...». Per recuperare le immagini dei malls abbandonati o delle case isolate immerse nei paesaggi della west coast, il regista non è tornato sulla via di Cape Cod, la penisola atlantica tanto amata da Hopper: «Rispetto agli anni Trenta quel paesaggio è completamente cambiato - dice - e allora ho optato per un set itinerante tra le storiche architetture di Butte, nello Stato del Montana».

Miracoli dell'arte, in questo caso la settima.