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Addio Driblossi, genio ribelle che al Derby concedeva il bis

Artista del pallone e una vita senza filtri. Con la sua Inter a S. Siro incantava contro il Milan, poi serata coi comici del celebre locale

Addio Driblossi, genio ribelle che al Derby concedeva il bis
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C'era il nebbione quella sera di ottobre quando Claudio Correnti, ex centrocampista del Como, aveva convocato gli amici bresciani, lui di Orzinuovi, per l'inaugurazione del Number One, la più grande discoteca d'Europa, sito in Corte Franca. Da quel tulle spesso di aria umida vennero fuori due ombre, Beppe Viola intuì che si trattassero appartenenti ad Altobelli e Beccalossi: "Mi sembra di essere nel Nevada..." provò a dire furbescamente Beppe e il Becca, stupito, rispose mettendoci in fuorigioco: "Ma, veramente noi veniamo da Brescia".

Bei tempi, bel football, ciao Driblossi come ti chiamò Gianni Brera perché tanta era la fame del dribbling di quel tracagnotto ma di talento puro. Tanta era la fame, prima della fama, il ragazzo ne approfittava divorando cibarie e bevendo e fumando, tanto poi in campo il colpo di tacco, la giocata geniale, il gol arrivavano con il conto finale. Ciao Evaristo, stavolta non hai insistito, quel maledetto fulmine di Giove ha spento la tua luce un anno fa ed è stato come avere chiuso una esistenza bella, fresca, come era bello e fresco il calcio del suo tempo. Quando Fraizzoli lo portò all'Inter dal Brescia, superando le incertezze del Torino che riteneva il ragazzo, secondo la relazione di Giacinto Ellena, dotato tecnicamente però discontinuo, il Becca preso da paura di un eventuale ripensamento del Fritz, come chiamavamo il presidente, firmò in bianco il contratto, l'emozione esplose davanti all'intestazione del documento, Internazionale Football Club. Eugenio Bersellini si rese subito conto di avere a che fare con il genio della lampada ma Armando Onesti, che curava maniacalmente la preparazione atletica dei nerazzurri, lo marchiò con corse e riprese, endurance e capillarizzazione, tutta roba da marziani per il piccolo e grande Evaristo. Il ritiro nel silenzio tristanzuolo di Appiano Gentile o del Grand Hotel di San Pellegrino, non gli garbava per niente, chiedeva a Bersellini qualche permesso di uscita che veniva puntualmente respinto al mittente; però, dopo le partite, dopo certe vittorie, il libera tutti era il suo miglior gol, andava al Derby, non quello di San Siro, ma il locale di comici che lo mettevano in mezzo, Paolo Rossi, interista di nascita, ne fece una gag dopo i due rigori consecutivi sbagliati contro lo Slovan Bratislava, il primo finito fuori, il secondo calciato non per egoismo ma perché un suo compagno, scegliete tra Oriali e Altobelli, se l'era data filandosela a centrocampo e, allora: "Lo tiro ioooo". Mica finì lì. Contro la Roma, all'Olimpico, idem come sopra, Evaristo, partito in panchina, entra in gioco e al momento del rigore per l'Inter, per riscattare l'umiliazione, prende il pallone, calcia e stesso epilogo di San Siro, non c'è due senza tre.

Magari lo incontravi di notte in piazza Duomo, stava con la banda di amici a ridere di questa vita precoce di successi e di gloria, di denari e di conquiste. Aveva un sinistro divino ma nelle cronache viene ricordato per due fantastici gol di destro a Ricky Albertosi, nel derby. Per quel suo istinto da solista non rientrò nel gruppo azzurro che vinse in Spagna, il vecio, Enzo Bearzot non gradiva scolari indisciplinati. Se ne andò alla Sampdoria, poi a Monza, tornò a Brescia, viaggiò verso sud a Barletta, risalì a Pordenone, chiuse con i dilettanti bresciani del Breno.

Evaristo seguì il mondiale di Spagna per una emittente privata, si divertì e fece divertire un sacco gli spettatori, una ditta di salumi lo ingaggiò per uno spot pubblicitario, sapeva di football, come intuiva i gol e i passaggi geniali, capì che a Brescia stava crescendo un campione, mi disse: "Vai vederlo e mi darai ragione". Era Andrea Pirlo. Becca, avevi ragione. Come dentro quel nebbione a Corte Franca, davanti al Number One.

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